Sezione Piemonte e Valle d'Aosta

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Documento congressuale 2007

 

Ci piace molto il tema di questo congresso. Ci piace perché si pone in una prospettiva di continuità storica e ideale con gli ultimi congressi che l’hanno preceduto.

Ci piace soprattutto l’impegno che evoca la progettazione della giustizia posta in connessione strumentale con la realizzazione dei diritti di vecchio e di nuovo conio.

E’ una occasione che dobbiamo mettere a frutto e che non possiamo permetterci di sciupare.

Dunque per non perdere questo prezioso appuntamento dobbiamo in primo luogo riflettere sul nostro futuro, sul modo di stare nella società, nell’ANM , sulle alleanze da stringere ma soprattutto, sul nostro modo di essere e di operare negli uffici.

In primo luogo riteniamo che vada sgombrato il campo da oziose distinzioni.

Siamo convinti che Md non esiste senza attenzione verso l’esterno, come siamo altrettanto convinti che Md non ha ragione d’essere senza una vigile attenzione e una spiccata sensibilità per le questioni ‘interne’.

Dunque Md deve continuare ad essere ciò che è stata.

Deve continuare, nei limiti in cui ne è capace e ne ha le possibilità, a confrontarsi sui temi di carattere generale, ad occuparsi della vita delle persone di questo mondo globalizzato, proprio come ha fatto benissimo negli ultimi anni: senza spocchia, senza pretesa di insegnare nulla a nessuno, senza fini reconditi e con il solo obiettivo di offrire a chiunque lo voglia preziosi spunti od occasioni di riflessione. In altri termini, con la sola preoccupazione di offrire momenti di autentica crescita culturale e civile quanto mai necessari in una società globalizzata e multiculturale sempre più dominata da una competitività sfrenata e da una insofferenza alle regole che ha fatto del profitto un dogma indiscutibile, in grado di giustificare le peggiori ingiustizie quando non anche veri e propri crimini.

Momenti nei quali sia possibile respirare boccate di aria nuova, diversa da quella che si respira normalmente nei nostri uffici, boccate ancor più necessarie a chi debba occuparsi di giurisdizione, quanto meno, al fine di poter meglio comprendere le aspettative dei nostri utenti e, in definitiva, le ragioni del nostro lavoro.

Ma, come detto, l’attenzione verso l’esterno non può in alcun modo apparire alternativa o più importante della sensibilità verso i problemi interni, dei nostri uffici e del nostro lavoro.

Le due componenti stanno insieme e si completano vicendevolmente.

Occorre avere ben chiaro e ribadire che Md è la risultante di queste due componenti e che se, per malaugurata ipotesi, venisse meno o si indebolisse una di esse verrebbe meno o si affievolirebbe la ragion d’essere del nostro gruppo.

Perciò è altrettanto necessario mantenere al centro dell’agenda del gruppo l’attenzione per i problemi organizzativi degli uffici, per la divisione e l’attribuzione del lavoro, per le modalità con le quali si intende la giustizia e si interpreta la giurisdizione, per l’efficacia della risposta che riusciamo a dare e per l’attenzione e il rispetto nei confronti delle parti con le quali ci relazioniamo.

Ciò posto, come spunto di riflessione riteniamo di dover offrire alcune considerazioni scaturite dal seminario che abbiamo fatto il 18 gennaio scorso sull’orizzonte del magistrato.

La peculiarità di quel seminario è stata quella di aver dato la parola a giovani colleghi chiedendo ad essi di darci il loro punto di vista per poter meglio capire cosa essi si attendono da Md e quale ruolo debba giocare il nostro gruppo in seno all’associazionismo giudiziario e, più in generale, in seno alla “corporazione” dei magistrati.

Il denominatore comune di tutti gli interventi può essere sintetizzato nella necessità non più eludibile o rinviabile di una seria autoriforma della magistratura.

Autoriforma da realizzare in una logica anticorporativa, in grado cioè di dare dignità all’azione giudiziaria attraverso il recupero della sua efficacia sul piano della tutela dei diritti.

Dunque una riforma che punti a recuperare, in fretta, l’efficienza del servizio accantonando metodi di lavoro inefficienti non di rado modellati sulle esigenze individuali (o corporative) e privilegiando una prospettiva di lavoro complessiva che si preoccupi e si dia carico di perseguire il risultato finale del lavoro e non soltanto della fase che occupa il giudice incaricato di un provvedimento.

Dobbiamo rilanciare come imperativo categorico la necessità di migliorare l’efficienza della giustizia.

Dobbiamo essere consapevoli che senza un forte recupero di efficienza sui tempi di risposta siamo destinati a perdere la battaglia per la tutela dei diritti e per l’affermazione dei valori costituzionali.

Questa è la sfida che ci attende e che non possiamo eludere se vogliamo essere noi a governare il cambiamento, se vogliamo porci come interlocutori credibili dei cittadini e del potere politico, in grado di contrastare chi rivendica riforme all’insegna di logiche aziendalistiche, senza darsi troppa pena delle ragioni che muovono le azioni giudiziarie.

Per poter vincere la sfida dell’efficienza dobbiamo recuperare il gioco di squadra, l’importanza di fare sistema, di coinvolgere nell’impresa non soltanto i magistrati ma tutti gli operatori di giustizia. Occorre lavorare a un progetto condiviso da tutti, rispetto al quale modulare la distribuzione delle poche risorse disponibili, favorire la circolazione dei saperi esistenti all’interno degli uffici e delle sezioni, redigere protocolli e instaurare prassi virtuose (a cominciare dalla giusta valorizzazione delle attività di conciliazione e di mediazione, rispetto alle quali è necessario un ben maggiore investimento di energie per giungere a una adeguata formazione della P.g.).

Efficienza che esige una attenzione sempre elevata per tutto ciò che è rispetto dei diritti e delle garanzie processuali e, parallelamente, una eliminazione o, quanto meno, una forte compressione degli inutili formalismi.

Per incominciare dovremmo impegnarci a fondo per favorire la nascita di una mentalità nuova nell’organizzazione del nostro lavoro (che chiama in causa anche la necessità di una tecnica di motivazione dei provvedimenti più sobria) nella prospettiva di aumentare le risposte alle domande di giustizia, nel pieno rispetto delle garanzie costituzionali.

Parallelamente, la storia e il ruolo di Md esigono la necessità di stigmatizzare i fenomeni di malcostume esistenti all’interno della nostra categoria.

Troppe volte abbiamo assistito o siamo venuti a conoscenza di prassi negative o di fatti scandalosi che oltre a non fare onore ai loro autori gettano discredito sull’operato dell’intera magistratura.

Rivolgere l’attenzione all’interno significa dunque essere pronti a denunziare nelle sedi competenti questi episodi di malcostume o queste prassi!

Essere pronti a criticare i dirigenti che tollerano quelle prassi senza colpo ferire! Oppure a stigmatizzare i dirigenti che, venendo meno ai loro doveri istituzionali, non si occupano di organizzare l’ufficio o di esigere il rispetto di prassi comuni da parte dei giudici e del personale amministrativo.

Essere inflessibili nel pretendere che le valutazioni e i pareri che riguardano i magistrati siano aderenti ai dati della realtà, siano finalmente depurati da affermazioni fantasiose o da clausole di stile di sapore squisitamente corporativo che tanti danni hanno procurato alla categoria e soprattutto all’efficienza del servizio.

Certo, dobbiamo avere ben chiaro che una maggiore attenzione per il nostro lavoro comporta come logico corollario l’abbandono di ogni aspettativa di dannosi atteggiamenti protezionistici, dettati unicamente dalla mera appartenenza al gruppo.

E’ la logica anticorporativa che esige da chi denuncia le ingiustizie o le disfunzioni una coerenza di condotta al di sopra di ogni sospetto (ovviamente in ambito professionale). Dunque un impegno maggiore rispetto a chi muova da altre prospettive o sia animato da altre logiche.

In sintesi: progettare la giustizia non può prescindere dal drammatico problema di aumentare l’efficienza del servizio a partire dal nostro interno, da un mutamento di mentalità che consenta di abbandonare definitivamente logiche autoreferenziali e protezionistiche a favore della tutela dei diritti che troppo a lungo rimangono in attesa prima di essere riconosciuti.

In questa prospettiva a Torino si è formato un gruppo di lavoro che si è posto il problema di razionalizzare e migliorare l’efficienza del Tribunale penale, un tempo fiore all’occhiello degli Uffici giudiziari piemontesi, in grave affanno nella celebrazione dei processi (anche) a causa di un modello organizzativo deciso autonomamente dalla Procura della Repubblica.

Ebbene, a fronte di questa situazione preoccupante alcuni colleghi di Md stanno preparando un documento per promuovere una raccolta di firme tra i magistrati, destinata a ad ottenere dai capi degli Uffici giudiziari la convocazione di una ‘assemblea plenaria’ (di tutti i giudici e di tutti i pubblici ministeri) nel corso della quale riflettere sulla possibilità di trovare una via d’uscita rispetto a questa grave crisi.

Infine, un bilancio, ed un piccolo suggerimento.

A fronte di tutte le – fondatissime – osservazioni a proposito dell’”invecchiamento” della platea degli iscritti di md, che impongono un’attenzione nuova verso una fascia generazionale che non mostra attrazione verso il nostro gruppo, possiamo con soddisfazione dichiarare di registrare un fenomeno in controtendenza: nell’ultimo biennio infatti, la sezione Piemonte ha registrato 8 nuove iscrizioni, di cui 2 riguardanti uditori con funzioni e 6 magistrati di Tribunale.

Quanto al suggerimento: oggi più che mai abbiamo bisogno di far uscire all’esterno non soltanto le notizie funeste ma anche i piccoli (o grandi) risultati positivi del nostro lavoro e del nostro impegno quotidiano. Perciò è necessario pensare all’istituzione, nel rispetto delle modalità previste dal nostro codice disciplinare, di un canale privilegiato con la stampa (o mass-media in genere) destinato a far conoscere all’opinione pubblica, in modo sistematico, quel poco (o tanto) di buono che ogni giorno, faticosamente, riusciamo a realizzare.

E’ poco, ma se noi trovassimo il modo di informare sempre i nostri utenti dei risultati che riusciamo ad ottenere o delle battaglie che conduciamo per la difesa dei diritti e il miglioramento del servizio, oltre a conseguire l’obiettivo irrinunciabile di rendere meno autoreferenziale e più trasparente il nostro agire, forse riusciremmo a recuperare un po’ di quell’entusiasmo e di quella fiducia nel futuro che negli ultimi anni – troppo spesso – ci sono venuti a mancare.

 

Sezione Piemonte e Valle d'Aosta

01 02 2007
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