Intervento di Enzo Lomonte

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Una priorità davvero indifferibile:

la confisca dei patrimoni di mafia.

 

 

1. Nel corso del dibattito congressuale non è mancato chi non abbia sottolineato come occorra tradurre nella pratica quotidiana le idealità (così, tra gli altri, Nencini). Partendo da questo condivisibile punto di vista, provo, perciò, a sottoporre nuovamente all’attenzione del congresso (come ho già tentato di fare a Palermo) un tema particolarmente scottante, spesso trascurato ma che, con ritmi pendolari, ritorna e che recentemente è prepotentemente tornato alla ribalta.

Si tratta di un tema che, a mio avviso, deve rappresentare una sorta di “ritorno al futuro” per MD, uno dei tanti momenti qualificanti di un impegno che sia anche reale, concreto, nei fatti (anche sotto il profilo dell’organizzazione degli uffici).

Utilizzando un’espressione recentemente comparsa in un editoriale di Questione Giustizia, proviamo, allora, a sporcarci le mani di grasso nell’ottica di far funzionare davvero il motore, nella consapevolezza, però, che alcune strade devono essere necessariamente percorse.

 

2. Nel Congresso di Magistratura Democratica svoltosi a Roma nel 2003 Luigi Ciotti, con la consueta passione civile che anima i suoi interventi, ha orgogliosamente rivendicato i meriti di Libera e, in particolare, l’impegno svolto sul fronte della confisca di beni agli esponenti della criminalità organizzata (tale impegno si è tradotto nel 1996 nella legge sulla destinazione sociale dei beni confiscati). Anche grazie a tale invero fondamentale legge si è andata diffondendo, in particolare a far data dalla seconda metà degli anni ’90 del secolo scorso, non senza difficoltà, una cultura che, partendo dalla confisca dei beni, mira a realizzare in concreto quell’antimafia dei diritti e delle opportunità più volte - ahimé - soltanto declamata.

Luigi Ciotti non mancò di sottolineare, nel corso di quell’intervento congressuale, come Md avesse fatto fin dall’inizio parte di quella scelta e di quel percorso. La sensibilità nei confronti del tema fu, del resto, già chiaramente manifestata dai giudici democratici sin dall’approvazione della legge Rognoni-la Torre del 1982.

Occorre riconoscere che, grazie a Libera ed alle altre associazioni di base sorte anche a seguito di gravi episodi di sangue che hanno toccato soprattutto il nostro martoriato Sud, l’attenzione ai temi del contrasto alle ricchezze delle organizzazioni criminali è rimasta vigile (pur se la politica non ha sempre mostrato analoga attenzione e, soprattutto, analoga spinta propulsiva). E di questo dobbiamo essere grati a Libera ed a Luigi Ciotti per il loro costante impegno e per l’idea di una sorta di permanente carovana antimafia (volta a diffondere, in specie, tra i giovani, la cultura della legalità).

Purtroppo, negli ultimi anni l’azione degli investigatori e delle procure e, conseguentemente, lo stesso complessivo intervento giudiziario - sul versante delle indagini patrimoniali volte a sottrarre risorse economiche alle mafie – hanno, però, nell’insieme, subito un rallentamento (in alcuni casi un deciso rallentamento). Ciò è dovuto soprattutto alle oggettive talvolta insormontabili difficoltà ed alla particolare complessità delle indagini patrimoniali - svolte da vari organi, spesso male coordinati tra di loro, nei confronti di soggetti capaci di mimetizzare i beni che siano nella loro disponibilità e, conseguentemente, capaci di sfuggire al sequestro ed alla confisca degli stessi.

Credo, però, che tale momento di crisi del sistema segnali anche difficoltà che sono sì fuori ma anche dentro ai Palazzi di Giustizia, dove stenta ancora a decollare una reale e diffusa cultura dell’investigazione patrimoniale.

 

3. Nel corso di un recente e partecipato incontro di studio organizzato nello scorso mese di dicembre dal Consiglio Superiore della Magistratura è stato posto l’accento, in molti interventi, sulla relativa insensibilità di molti uffici inquirenti sul versante dell’azione di contrasto nei confronti delle accumulazioni patrimoniali riferibili alla criminalità.

Eppure i formidabili strumenti offerti dall’attuale normativa, pur con le ampie riserve dovute ad un coacervo di disposizioni lacunose e farraginose, possano ciò nondimeno consentire lo svolgimento di un’azione più incisiva volta a sottrarre il maltolto alle mafie e a soggetti che abbiano commesso gravi reati. L’indagine e l’azione patrimoniale è necessaria, del resto, nell’ottica di determinare – attraverso l’impoverimento delle mafie – la perdita del consenso sociale del quale godono le organizzazioni criminali in molte parti del territorio nonché la perdita o quantomeno l’affievolimento della stessa capacità operativa di dette organizzazioni. Per non parlare del rilevante impatto simbolico che in alcune parti del territorio ha assunto, nei fatti, la sottrazione di beni di rilevante valore agli esponenti della criminalità locale.

Di tale rinnovata sensibilità sul versante dell’azione di contrasto dei patrimoni di mafia si è fatta interprete, in particolare, in anni recenti, la Procura di Palermo che ha intensificato, come ben sanno gli addetti ai lavori, nell’assetto organizzativo dell’Ufficio, in particolare, il settore delle misure di prevenzione di carattere patrimoniale.

Il dato che, peraltro, è emerso nel corso del recente intenso scambio di esperienze e di informazioni è la presenza - negli uffici giudiziari del Paese - di una sensibilità sul versante dell’azione di contrasto ai patrimoni di mafia a macchia di leopardo. Se a Palermo l’iniziativa è cresciuta in altre realtà del Sud la stessa è a dir poco timida per essere del tutto assente in alcuni uffici del centro e del nord. Ancora una volta viene privilegiato, anche nell’assetto organizzativo di molti uffici giudiziari, l’intervento repressivo classico sulle persone mentre in secondo piano viene confinata la fondamentale indagine patrimoniale.

Abbiamo cercato, in questi ultimi anni, di richiamare il Gruppo alla sua coerenza su questo fondamentale tema, ripetutamente evocato da tutti gli osservatori e da esponenti dell’intero establishment tutte le volte in cui la cronaca ha segnalato l’ennesima emergenza criminale (da Scampia a Locri). Sul finire della scorsa legislatura un disegno di legge per larga parte non condivisibile varato dalla Presidenza del Consiglio ha animato il dibattito ed ha preoccupato (anche al di là del dovuto) coloro che hanno a cuore il tema della confisca.

Poi è calato, per molti mesi, il silenzio.

 

4. Il dibattito politico di questi ultimi anni non ha, comunque, mancato di sottolineare - nelle sedi più disparate -, seppure non sempre - come era e come è auspicabile - con la dovuta continuità, l’esigenza di un’intervento che renda più agile e, soprattutto, che amplifichi la reale effettività dell’azione di contrasto ai patrimoni di mafia (con tale espressione alludendosi al complesso delle acquisizioni patrimoniali frutto o reimpiego delle attività illecite riconducibili ad esponenti della criminalità organizzata e non).

Il Presidente del Consiglio, da ultimo, intervenendo agli Stati Generali dell’Antimafia, organizzati nello scorso mese di novembre a Roma, ha chiaramente ribadito che deve essere bandita la parola 'emergenza' dal vocabolario della lotta alla mafia. “La battaglia - ha aggiunto il Presidente Prodi - deve essere fatta con continuità, tutti i giorni, senza cedimenti e disattenzioni, con azioni di contrasto e prevenzione, con misure strutturali e non temporanee''. ''La lotta alla mafia - ha proseguito il Premier - ci ha insegnato che non bastano i successi contro i capimafia latitanti. La struttura mafiosa si fonda più sull'organizzazione che non sui capi o sui quadri dirigenti''. ''Per questo - ha concluso Prodi - occorre colpire l'organizzazione al cuore. Concentrare il nostro impegno contro i patrimoni mafiosi e contro le ricchezze illegalmente accumulate''.

Deve essere sottolineato che il Presidente Prodi ha espressamente chiesto addirittura il potenziamento delle sezioni dei tribunali che si occupano di misure di prevenzione (con ciò evidentemente raccogliendo i segnali di disagio reale provenienti anche da segmenti del mondo giudiziario). Il Premier ha anche colto l’occasione per annunciare pubblicamente il prossimo varo del testo unico sulla legislazione antimafia da anni invero invano atteso dagli operatori.

Ed ancora: il vice Ministro dell’Interno Marco Minniti, nella stessa recente sede romana, ha sottolineato che il Governo intende “affermare con grande fermezza l'azione di contrasto contro i grandi patrimoni mafiosi che costituiscono ‘il cuore vero del potere della mafia’ ". "La battaglia contro le mafie - ha aggiunto Minniti - è una grande battaglia di civiltà, una battaglia di democrazia: c'è bisogno anche di una democrazia - ha sottolineato - che sia in grado di costruire soprattutto per i giovani modelli di vita alternativi a quelli delle organizzazioni mafiose". Minniti dopo aver ricordato i successi - come dire - militari nei confronti di Cosa Nostra (la cattura di Bernardo Provenzano costituisce, al riguardo, un punto di fortissima reazione da parte dello Stato) ha aggiunto che "la camorra ha un'altra struttura, che punta all'omicidio come risoluzione immediata del conflitto che si crea sul territorio e questo crea grande preocccupazione ed allarme, precisando che su Napoli il governo sta spendendo energie e risorse progettuali”. Per Minniti “mafia, camorra e 'ndrangheta” sono tre priorità, tre facce diverse dello stesso fenomeno, questioni generali del paese. Una grande democrazia come l'Italia - come non concordare con le parole di Minniti - non può tollerare che ci siano organizzazioni mafiose che sul territorio abbiano sovranità e tengano sotto scacco una parte del territorio nazionale".

Anche il Ministro dell’Interno, Giuliano Amato, intervenendo alcuni giorni orsono ad Avellino, non ha mancato di sottolineare nuovamente la necessità di dare impulso all’azione di contrasto nei confronti dei patrimoni mafiosi. Lo stesso Ministro Mastella, nel corso di un intervento svolto in occasione della confisca definitiva di uno stabilimento termale ubicato a Contursi Terme, ha manifestato vivo apprezzamento per i risultati che si possono ottenere grazie all’azione di contrasto alle ricchezze della criminalità.

 

5. Non possiamo, allora, non raccogliere, forti della nostra storia e del nostro impegno, l’indicazione che promana, in verità, da epoca risalente (sia pure spesso in forme di mere manifestazioni di intenti), in specie, da tutte le Alte Cariche dello Stato sul tema della confisca dei beni degli esponenti del mondo criminale.

L’ennesima chiamata alle armi può, peraltro, essere letta, come pure è stata letta da attenti osservatori, anche in termini critici, pervasi come siamo dalla delusione per le tante occasioni mancate, per i ritardi e per la mancanza di una risposta reale ai tanti problemi sollevati. Al contempo i recenti rinnovati buoni propositi manifestati dalla politica rappresentano indubbiamente un’ennesima occasione per approfondire, al nostro interno - fugando resistenze ed opacità - la riflessione, così da poter verificare anche il quantum di coerenza di questo programma ambizioso con parametri normativi insoddisfacenti e con assetti organizzativi non sempre all’altezza della posta in gioco.

L’impulso nuovamente dato (o meglio annunciato) all’azione di contrasto dei patrimoni di mafia anche da parte del nuovo establishment (non sono mancate prese di posizione che lasciano ben sperare da parte della Commissione Parlamentare Antimafia) rappresenta, perciò, un’occasione che non possiamo lasciarsi sfuggire per richiedere, nelle sedi opportune, il potenziamento - anche sul piano delle risorse del personale - dei settori dell’apparato giudiziario che si occupano della materia dell’intervento patrimoniale e per chiedere che a tutto campo la politica e la magistratura si impegnino per affinare le necessarie professionalità e per dedicare a tale settore le necessarie risorse.

 

La questione del contrasto dei patrimoni di mafia rappresenta, perciò, un’indifferibile priorità: queste due semplici parole dovrebbero (uso il condizionale perché l’esperienza di questi ultimi anni suggerirebbe un cosmico pessimismo della ragione) guidare, finalmente, l’azione della politica, che sia capace di essere unita in uno sforzo trasversale, che dia il segno tangibile di un impegno a tutto campo sul versante dell’azione di contrasto mirato alla sottrazione delle ricchezze di origine illecita.

Ma anche la magistratura e, soprattutto, Md deve riprendere a fare fino in fondo la sua parte. Ritardi, anche di non poco momento, riguardano, come ho detto, lo stesso assetto organizzativo di molti uffici giudiziari (nei quali non si è tenuta nel debito conto l’esigenza di imprimere una svolta seria e rigorosa nell’azione di contrasto ai patrimoni di mafia).

Il richiamo all’importanza di questo fondamemtale momento dell’intervento giudiziario impone rinnovata attenzione da parte del Gruppo nell’auspicio che l’azione di contrasto ai patrimoni di mafia mirato alla confisca ed alla destinazione a fini sociali dei beni possa costituire - sul piano dell’elaborazione ma anche sul versante della concreta organizzazione degli Uffici - uno dei momenti qualificanti dell’azione di Md nei prossimi anni.

Attraverso il recupero di un tema caro ai padri fondatori del gruppo (Ramat sosteneva addirittura, dopo l’entrata in vigore della legge Rognoni-La Torre, il primato della prevenzione patrimoniale) è possibile far vivere nell’attualità questo che mi pare sia uno dei valori fondanti del Gruppo (nell’ambito di una politica criminale che privilegi la tutela dai patrimoni illeciti piuttosto che la classica tutela del patrimonio). Ho colto con sincera soddisfazione i segnali di attenzione nei confronti del tema giunti - nel dibattito precongressuale - da Reggio Calabria ed offerti al dibattito congressuale da Lucio Aschettino.

 

6. Concludo sottolineando, in sintesi, come il ripetuto richiamo ai temi dell’organizzazione imponga, comunque, di evitare derive efficientiste, improbabili riproposizioni di culture panpenalistiche, derive punizionistiche (l’espressione è mutuata dal recente sintetico ma efficace intervento della sezione milanese di Md), che, peraltro, il dibattito congressuale mi sembra abbia respinto. Proviamo semmai, anche sulla falsariga della recentissima esperienza della Procura di Torino, ad indicare negli Uffici (e soprattutto nelle procure) quali siano le reali indifferibili priorità.

Tra queste un posto di rilievo deve essere riservato all’incisiva azione volta a sottrarre ad esponenti di sovente efferate organizzazioni criminali patrimoni illecitamente acquisiti. Questo potrebbe essere uno dei percorsi per rivitalizzare (in questo settore strategico) quel capoverso dell’art. 3 della Costituzione (che avevamo chiamato la nostra stella polare) troppe volte dimenticato anche nell’agire quotidiano dei giudici.

 

Enzo Lomonte (Tribunale di Napoli)

13 02 2007
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