Giustizia al bivio

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La giustizia vive oggi, non diversamente dal resto del Paese, nel clima di minacciosa incertezza che segna questa fase politica complessiva. Anzi, con un surplus di tensioni e di strappi, dovuti indubbiamente alle questioni personali di chi è a capo del Governo di tutti gli italiani. In queste ultime settimane abbiamo assistito a ciò che fino a qui non ci era ancora mai capitato di vedere: i giudici spiati, ridicolizzati, e messi all'indice, perchè autori di decisioni sgradite; le accuse di "politicizzazione" rivolte non solo contro la magistratura, da anni indicata come l'artefice di un "complotto" che vuole sovvertire l'esito democratico del voto, ma addirittura contro le più alte autorità di garanzia, la Corte Costituzionale ed il Presidente della Repubblica; le proposte di legge come quella del cd. "processo breve" che, nella totale deresponsabilizzazione della politica per il disastro organizzativo in cui versa il servizio, finirebbe per vanificare il lavoro, e le aspettative di giustizia, di molti; il continuo ritornare alla ribalta di leggi e leggine ad personam, che per salvare il destino di uno solo non si preoccupano di buttare a mare il principio fondamentale dell'eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge.
A ciò ancora si aggiunge lo scandalo del progressivo svuotamento delle Procure della repubblica; la scelta, già in parte realizzata, della riduzione degli organici del personale amministrativo, privato della riqualificazione professionale oggetto invece di specifici impegni ministeriali; la probabile ulteriore contrazione delle risorse finanziarie dedicate alla giustizia (ed anche alla pubblica sicurezza), in un'ottica di tagli indiscriminati alla spesa pubblica, anche là dove non c'è più niente da tagliare. E l'elenco potrebbe continuare. Intanto si alimenta la pubblicistica contro la "supercasta" della magistratura, additata come ceto privilegiato, irresponsabile, incapace di porre rimedio allo sfascio organizzativo, ostaggio delle divisioni tra correnti, dipinte solo come elemento di spartizione e di veto contro ogni intenzione di riforma.
La storia istituzionale di questi anni si è svolta in un'unica direzione, a partire dalla mozione del Senato del 5 dicembre 2001, contenente l'accusa di "usare a fini di lotta politica" le prerogative connesse alla funzione di magistrati, "fino ad interferire nella vita politica del paese, utilizzando in maniera strumentale i più svariati capi d'accusa". L'espressione "magistratura politicizzata" è entrata nel lessico comune, ed utilizzata dalle forze politiche pur di diverso orientamento.
La variante sta solo nel limite. Una delle parti spaccia apertamente la parola d'ordine per cui l'iniziativa giudiziaria, e l'esercizio della giurisdizione, sono strumento di lotta politica; l'altra questa accusa diretta non la fa, ma condivide il presupposto di partenza: negli anni è stata la magistratura ad assumersi un ruolo politico, rivendicando una missione moralizzatrice del costume nazionale, anche quando gli altri controlli di legalità (in sede amministrativa e soprattutto politica) si erano dimostrati totalmente assenti, e usando lo scudo dell'obbligatorietà dell'azione penale per decidere quali reati perseguire e quali no, nell'impossibilità di perseguirli tutti. Un'invasione di campo che Luciano Violante, nella sua opera, "Magistrati", descrive richiamando la plastica immagine di Francis Bacon, secondo cui "i giudici devono essere leoni, ma leoni sotto il trono". Il trono della politica, è chiaro.
Le prospettive finiscono dunque per convergere, all'insegna del necessario "riequilibrio" tra politica e magistratura: ne vedremo in una stagione prossima le ricadute, quando saranno tradotte in concrete proposte di riforma. Su quelle ci si misurerà, ma senza dimenticare in quale humus si è radicato il convincimento generale per cui è lì che bisogna metter mano, per dare al Paese stabilità e governabilità.
"Magistratura politicizzata" vuol dire anche "magistratura delegittimata", perchè priva del primo dei requisiti, quello dell'imparzialità: e fatalmente, magistratura che, si dice, ha perso il consenso dell'opinione pubblica, che la sostenne negli anni della lotta al terrorismo, alla mafia, agli inizi di manipulite. Ma, anche qui, occorre che tutti usiamo molte cautele. La misurazione del consenso, intesa quasi come la temperatura del corpo sociale del Paese, è una lente pericolosa. Di per sè, non è e non può essere stabile, perchè è destinata a soffrire di sbalzi repentini e violenti, soprattutto quando, per seguire nella metafora, il corpo è malato, ed i rialzi febbrili ne sono il sintomo più evidente.
Ai magistrati serve ben altro che il consenso. I magistrati non costituiscono una forza politica, non devono convincere elettori. I magistrati han bisogno piuttosto della fiducia dei cittadini, che, come spiega Luigi Ferrajoli, è "fiducia nell'imparzialità di giudizio dei giudici, fiducia nella loro onestà e nel loro rigore intellettuale e morale, fiducia nella loro competenza tecnica e nella loro capacità di giudizio".
Si tratta allora di cercare di riconquistare questa fiducia, puntare a ricostruire sapendo anche riconoscere dove si è sbagliato.
Intanto, bisogna fare informazione a proposito di ciò che è successo all'interno della magistratura in questi ultimi anni, dal 2007 in avanti. L'entrata in vigore della riforma dell'ordinamento giudiziario ha rappresentato l'opportunità per imprimere un forte cambiamento all'assetto delle carriere dei magistrati. Ma, come ben sanno tutti i pratici del diritto, la migliore delle riforme non marcia se non sulle gambe degli uomini e delle donne che sono chiamati ad applicarla: e dunque il primo banco di prova del nuovo ordinamento giudiziario stava proprio nella capacità dell'organo di autogoverno dei magistrati, il Consiglio Superiore della Magistratura, di mettere mano alla sua immediata applicazione, sfidando incrostazioni, immobilismi, timori corporativi. Nel giro di due anni, il CSM ha provveduto al rinnovo del 60% delle cariche direttive (326 su 534) ed il 45% dei semidirettivi (374 su 784), segnando un forte ringiovanimento di tali figure professionali (il 35% dei direttivi e quasi il 60% dei semidirettivi nominati ha meno di 60 anni); ha varato parametri analitici per le valutazioni di professionalità, anche attraverso lo studio di standard di rendimento tramite i quali incentivare la crescita di una cultura comune per una laboriosità intelligente, efficace ed incisiva; ha sensibilmente sveltito i tempi dei trasferimenti e delle nomine.
Non basta tutto questo, è certo, per dire che tutto va bene. Il cittadino è sfiduciato -più che per le polemiche strillate della politica interessata - per i tempi, i costi, la farraginosità della giustizia. E su questo dobbiamo tutti - politici e magistrati - riconoscere che la ragione sta dalla sua parte, e che del suo prioritario interesse dobbiamo soprattutto occuparci.
Quali potrebbero essere le misure per riportare funzionalità e razionalità? Le proposte sul campo sono tante, ma nessuna sembra nell'agenda di governo: la revisione della geografia giudiziaria, con l'abolizione dei tribunali piccoli e piccolissimi e lo smebramento di quelli troppo grossi, per arrivare alla dimensione ideale, meglio governabile e portatrice di maggior efficienza; il controllo dei flussi di domanda giudiziaria, aumentata in misura vertiginosa in questi decenni, senza idoneo adattamento degli organici del personale togato e di quello amministrativo; lo snellimento delle procedure e l'eliminazione di figure di reato che potrebbero essere trasformate in violazioni amministrative senza perdita di garanzie. Invece è costantemente aumentato il ricorso del legislatore alla sanzione detentiva, ed oggi, come era inevitabile, la situazione nelle carceri italiane è esplosiva: la Corte Europea dei Diritti dell'Uomo ha appena condannato lo Stato italiano per avere inflitto ad un detenuto straniero un trattamento inumano e degradante, consistito nell'averlo ristretto in celle in cui non è garantito il minimo spazio vitale. Negli ultimi giorni presso la Casa Circondariale di Padova (dove al 16 dicembre erano ristrette 254 persone a fronte di una capienza di 98 unità; molti detenuti sono costretti a dormire sul pavimento dei bagni) è scoppiata la protesta, degenerata in atti di vandalismo. La promessa di costruire nuove carceri, per ulteriori 17.000 posti, ammesso che costituisca una valida risposta, non si realizzerà nella migliore delle ipotesi prima del 2012. Che cosa succederà di qui ad allora, nessuno ha il coraggio di prevederlo.
La giustizia è dunque, non diversamente dal Paese, al bivio: perchè si tratta di scegliere se abbandonarsi alla deriva, o se opporre una resistenza, culturale e di valori, a questa progressiva caduta per cercare un difficile ma indispensabile recupero, per contribuire alla realizzazione di un progetto che vada nel senso del bisogno della collettività e del miglioramento del servizio. Bisogna insistere per la ripresa di funzionalità, per cui per vero tanti magistrati stanno lavorando con grande sforzo: secondo il rapporto della Commissione europea per l'efficacia della giustizia (Cepej 2008), la capacità di smaltimento degli affari civili da parte dei giudici italiani è la terza in Europa, e per capacità di definizione annua di procedimenti penali i giudici italiani sono addirittura al primo posto.
Ma a questo preciso dovere di laboriosità e di efficienza, bisogna affiancare ben altro.
Ciò da cui non si deve recedere, nonostante le intimidazioni e gli attacchi, è la precisa scelta di campo: oggi non serve mimetizzarsi sotto l'ipocrisia della neutralità tecnica e dell'efficienza aziendalista, oggi soprattutto si deve rispondere con chiarezza al dovere di difendere i valori costituzionali che sono sotto l'attacco concentrico dell'iniziativa legislativa, e della propaganda politica. Non ci può essere neutralità in una stagione in cui precipita la crisi della coesione intorno al progetto costituzionale, e le scelte legislative di maggior caratterizzazione per la maggioranza portano un'impronta apertamente alternativa alla tavola dei valori della nostra Costituzione.
Per recuperare legittimazione agli occhi dei cittadini, per riguadagnarne la fiducia, bisogna saper mettere in gioco le proprie capacità tecniche per dimostrare, con il rigore dei migliori giuristi e con la passione dei cittadini che vivono dentro questa società, che anche i magistrati sapranno fare la loro parte.
Come è scritto nel documento sottoscritto da tre diverse associazioni, Magistratura democratica, Movimento per la giustizia, Medel - Magistrats Européens pour la Democratie et la Liberté, sul tema - l'immigrazione - su cui si verificherà la capacità di tenuta della nostra democrazia, tocca anche ai magistrati il compito di far partire una nuova stagione di impegno, per "evidenziare il contrasto di queste norme con la tavola dei diritti fondamentali e prospettare, con coraggio e rigore professionale, le soluzioni ed i rimedi per ovviare alle lacerazioni più gravi che nel tessuto del nostro sistema giuridico deriverebbero da applicazioni che acriticamente non si facessero carico di quei vincoli, anche sovranazionali, che obbligano l'interprete al rispetto di principi universali ed inderogabili".
In queste frasi sta raccolta la vera sfida di questi anni: che si misura sul metro dei diritti e dei valori della Carta e delle Carte sovranazionali, e non su quello meschino delle schermaglie di potere.

Rita Sanlorenzo

23 12 2009
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