Tempi difficili per la giustizia

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  1. Tempi difficili.

    Da anni la magistratura non attraversa tempi facili stretta tra l’impegno contro fenomeni criminali sempre pi insidiosi e invasivi e polemiche ed attacchi che costellano la sua attività. Ma la situazione odierna è senza precedenti, qualitativamente diversa e pi pericolosa del passato.
    L’impressione è che si voglia giungere alla resa dei conti con una magistratura che ha cercato di far vivere la legge come eguale per tutti. Vengono ormai esibiti con ostentazione chiari intenti punitivi e restauratori rispetto a quanto di positivo si è cercato di fare in questi anni, mentre nessun rilievo viene dato ai demeriti e alle inefficienze reali della giustizia, che pure esistono e con cui dobbiamo confrontarci senza esitazioni e timidezze: in assenza di indagini e di processi contro personaggi eccellenti questi difetti sarebbero interessati a ben pochi.
    Dobbiamo attenerci ai fatti, nei confronti di questo Governo e di questa maggioranza, come abbiamo sempre fatto nei confronti dei precedenti Governi e maggioranze: abbiamo sempre ritenuto e sempre riterremo che non abbiamo Governi amici o nemici a priori. Quello che conta sono solo i fatti.
    Rispetto all’operato dei precedenti governi e maggioranze siamo stati favorevoli alle misure razionalizzatici (come è avvenuto prima con il giudice di pace e poi con il giudice unico) e duramente critici nei confronti di molte altre cose che essi hanno fatto e di quelle ancora pi numerose che non hanno fatto. Al precedente governo dovremmo chiedere perch si è trovato il tempo per approvare in gran fretta e senza alcuna adeguata discussione leggi irrazionali e punitive come la legge Pinto, perch il processo penale è stato ulteriormente complicato con ostacoli e trabocchetti contenuti nelle ben otto leggi che l’hanno modificato all’inizio del 2001, mentre non si è trovato il tempo n per ratificare la Convenzione italo - svizzera, n per varare il nuovo diritto societario, n per limitare i poteri del ministro previsti dalle norme incostituzionali della legge del 1958 ( l’interferenza nelle procedure di promulgazione dei provvedimenti consiliari, i poteri in materia di anticipato e posticipato possesso dell’ufficio e così via), n per mettere rimedio alla sperequazione con i giudici amministrativi e contabili. Anche questi sono fatti, cui corrispondono precise responsabilità.
    Purtroppo i fatti del nuovo Governo e della nuova maggioranza sono chiari e delineano un salto di qualità negativo: - legge sulle rogatorie; - legge delega sui reati societari con la pratica abrogazione del reato di falso in bilancio; - restrizione delle scorte ai magistrati; - abbandono di un serio impegno prioritario contro la criminalità organizzata, - epurazione del Ministero della Giustizia e nomine operate per il nuovo staff ministeriale; - previsione di trattamenti economici abnormemente levati per taluni dei magistrati addetti al ministero, con conseguente condizionamento per la loro indipendenza; - mozione del Senato della Repubblica del 5 dicembre; - legge elettorale del C.S.M.; - diniego dell’autorizzazione ai magistrati italiani Vaudano, Piacente e Perduca di assumere incarichi presso l’OLAF e relativa mozione della Camera dei deputati; - proposte in materia ordinamentale presentate da Forza Italia e, ancora ufficiosamente, dal Ministro.
    In pochi mesi abbiamo visto negata la stessa possibilità di esercitare serenamente la giurisdizione, attaccata la struttura e la funzionalità del C.S.M., messa in dubbio la stessa esistenza di una magistratura indipendente ed autonoma dal potere politico.

    La possibilità di svolgere processi in cui risultano imputate personalità istituzionali di primo piano viene messa in dubbio con accuse di parzialità, di mala fede, con minacce di ispezioni ministeriali o di procedimenti disciplinari. Dapprima si cambia la legge da applicare al processo che interessa e poi, se ciò non basta, si cerca di cambiare il giudice. Il principio di eguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge è vulnerato ed il messaggio che sta passando è nel migliore dei casi che i processi che riguardano gli uomini e gli affari della politica non si possono, n si potranno mai svolgere.
    Lo stesso dibattito sulla giustizia e sulle sue riforme è condizionato dall’andamento di pochi processi.
    Per riprendere le parole dell’appello dei 250 professori universitari, quanto accade - ed in particolare la mozione approvata dal Senato della Repubblica il 5 dicembre 2001 - “costituisce un grave atto di intimidazione, perch contiene un giudizio di merito su provvedimenti giurisdizionali ancora sottoposti agli ordinari mezzi di impugnazione, e, come tale, attenta alla libertà di valutazione dei giudici nell’attuale e nei successivi gradi del processo.” “…in presenza di provvedimenti ancora sottoposti agli ordinari mezzi d’impugnazione, la critica può essere svolta con atti di esercizio della libertà di manifestazione del pensiero e non con atti di indirizzo politico, come è una mozione parlamentare. Con ciò si è violato il principio plurisecolare - molto pi antico della vigente Costituzione - che vieta al Parlamento di interferire nel merito dei singoli processi: divieto così forte da, addirittura, impedire alla legge di modificare le sentenze definitive.”
    E’ la stessa separazione dei poteri che viene messa in dubbio con l’idea emergente che compito della magistratura in un sistema maggioritario non sia quello di tutela della legalità (cioè di garanzia anche dei diritti di minoranze o di soggetti esclusi dall’area della rappresentanza politica, siano essi gruppi o individui), ma quello di mero esecutore della volontà della maggioranza (con obbligo di assecondarne acriticamente la politica). In un sistema maggioritario, potenziato da un’anomala concentrazione di potere mass mediatico come l’attuale, poi, il rischio di onnipotenza della maggioranza (e del governo da essa espresso) può essere evitato solo se il maggior peso delle forze politiche maggioritarie, la diminuita efficacia del controllo parlamentare e la concentrazione di potere vengono adeguatamente controbilanciati da un effettivo controllo di legalità sui poteri pubblici, da pi intense garanzie giuridiche per le minoranze, da una pi forte tutela dei diritti individuali.
    Il ruolo di una magistratura indipendente da ogni altro potere in questo quadro è essenziale.
    I tentativi di intimidazione e di restaurazione sinora compiuti sono stati sconfitti. Forse proprio il fallimento di quel tentativo spiega oggi il disegno di perseguire lo stesso obiettivo con una riforma della giustizia che in realtà nulla ha a che vedere con un recupero di efficienza e che vuole essere in realtà una controriforma.
    Il progetto presentato da Forza Italia al riguardo, è emblematico e va nella direzione di una magistratura del tutto succube del sistema politico e del tutto controllata attraverso il ripristino di un sistema gerarchico. Il sistema che viene creato elimina qualsiasi indipendenza attraverso il comando del Parlamento con l’introduzione delle priorità nell’esercizio dell’azione penale, con una polizia giudiziaria (dipendente dai rispettivi Ministeri) svincolata dal Pubblico Ministero, e con la gerarchizzazione rigida degli Uffici di Procura della Repubblica. La formazione e selezione nell’accesso alle professioni giuridiche attraverso una Scuola Superiore della Giustizia Ordinaria gestita dal Ministero e la selezione meritocratica per i passaggi di grado chiuderebbero il cerchio di una magistratura rigorosamente controllata. Come giustamente ha osservato al riguardo il Presidente Gennaro quella che viene proposta è un’altra magistratura come modello, come realtà e probabilmente come persone rispetto a quella attuale.
    Le idee dichiarate da parte del Governo sono solo marginalmente meno cruente, secondo una tattica pubblicitaria ormai collaudata, diretta a sopire le reazioni negative, all’inizio mostrando inclinazioni ad addolcire la pillola, per poi inasprire il tutto tramite un uso accorto degli emendamenti ( come è già avvenuto sulla legge sulle rogatorie, sul falso in bilancio e sulle elezioni del C.S.M.). Ma quello che viene delineato è comunque un chiaro ritorno al passato.
    Già nelle sue dichiarazioni programmatiche il Ministro aveva già delineato alcuni punti francamente inaccettabili, quale la “privatizzazione” della giustizia civile, la riconduzione della questione efficienza degli uffici al solo problema di controllare di pi e far lavorare di pi i giudici. Se uniamo a questo il maggiore potere che si vuole dare alla Polizia nella prima fase delle indagini preliminari, ci rendiamo conto come questo significherebbe un’involuzione di tipo autoritario davvero allarmante, consentendo un’evoluzione del P.M. verso una figura sempre pi sensibile ai problemi di ordine pubblico e estraneo al controllo della legalità da parte di tutti ( polizia compresa).
    I progetti sinora circolati che risultano allo studio del Ministero sono altrettanto preoccupanti con punti del tutto inaccettabili: - una Scuola della magistratura sotto l’egida del Ministero che comporterebbe un abbassamento dell’attuale sistema di formazione e si risolverebbe in meri aggiornamenti periodici e non in un’effettiva formazione permanente, con una utilizzazione a fini selettivi che ne stravolgerebbero la stessa impostazione, - la mortificazione dell’autogoverno con Consigli Giudiziari dove viene prevista una presenza di magistrati eletti addirittura minoritaria ed in cui compaiono direttamente (ipotesi mai prima neppure enunciata) esponenti politici espressione del Consiglio regionale.
    D’altro canto la riforma elettorale del C.S.M., già approvata in un ramo del parlamento, ha il solo effetto di sminuire e mortificare il Consiglio ponendolo in un’estrema difficoltà di funzionamento. La riduzione del numero dei componenti non ha giustificazione alcuna e avrà pesanti conseguenze sulla funzionalità dell’organo. Anche il nuovo meccanismo elettorale delinea un Consiglio meno responsabile, ripiegato sulla pura gestione dell’ordinaria amministrazione. L’eliminazione delle liste porterà, infatti, al venir meno di ogni responsabilizzazione degli eletti nei confronti degli elettori e della elaborazione culturale e di programmi, mentre incentiverà lo sviluppo di cordate e di accordi sotterranei per garantirsi non solo il voto, ma anche la distribuzione dei suffragi per evitare che l’eccesso di consensi di un candidato penalizzi altri candidati a lui omogenei impedendone l’elezione. Il risultato non può che essere un rischio di crescita di clientelismo (talora accompagnata dalla casualità) con conseguente impoverimento e indebolimento del Consiglio.
    Le idee che vengono proposte e che sono sottostanti a questi progetti sono il frutto di luoghi comuni e messaggi falsificanti, che trovano la loro forza unicamente nella continua ed ossessiva reiterazione, tanto da diventare quasi scontate.
    Così è per il C.S.M. definito come parlamentino rissoso dominato dalle correnti, per una giustizia dipinta sempre ed in ogni settore in ritardo e “ingiusta”, per la separazione delle carriere come rimedio all’inefficienza del sistema penale e condizione per la terzietà del giudice, per la gerarchizzazione come fattore di ordine e controllo e per la scarsa produttività dei giudici come causa principale dei ritardi della giustizia.
    Luoghi comuni e formule che oggi popolano il dibattito politico sulla giustizia e a cui a volte anche noi facciamo qualche concessione. Ed invece, oggi pi che mai, lo sforzo che dobbiamo esigere da noi e dagli altri è quello della analisi rigorosa della realtà, quello della razionalità nell’esame dei rimedi.
    Ed allora dobbiamo cercare di ricondurre il dibattito alla realtà.
    Chiunque sia interessato a questo terreno di confronto concreto, quale che sia il suo orientamento, la sua provenienza e la sua collocazione istituzionale, troverà sempre nell’Associazione e nella magistratura un interlocutore attento e rispettoso pronto ad un dialogo leale e fattivo con chiunque voglia razionalmente e fattivamente discutere.
    Il problema non è se si è disposti o meno al dialogo - noi lo saremo sempre - ma il dialogo implica rispetto: non per noi magistrati come persone, ma per l’istituzione giudiziaria e la funzione giurisdizionale, per i loro caratteri e principi fondamentali, che sono poi caratteri e principi fondamentali della democrazia costituzionale. Questo rispetto viene meno - e quei valori e principi vengono offesi - quando quotidianamente si accusa la magistratura e singoli magistrati delle peggiori nefandezze, considerando ormai banale leit-motiv l’addebito - ridicolo, ma non per questo meno oltraggioso - di esercitare la funzione giudiziaria per fini di lotta politica o di complotto politico. Questo rispetto non c’è, quando si prospettano radicali e reazionarie modificazioni dello status dei magistrati senza tenere in alcun conto la loro storia, la loro voce ed il contributo che essi hanno dato allo sviluppo e alla difesa della nostra democrazia.
    Il dialogo, sempre; la supina acquiescenza, mai.

  2. I nostri punti di riferimento: la Costituzione e l’Europa.

    Le difficoltà contingenti che oggi attraversiamo non ci possono far dimenticare che il nostro lavoro e il modello di giurisdizione che cerchiamo di far vivere sono fondati su dati solidi a livello normativo, culturale ed internazionale. Tutti i tentativi di ridimensionare una giurisdizione indipendente si scontrano con le tendenze in atto in tutti i paesi occidentali.
    La giurisdizione è sempre pi (secondo una tendenza non solo italiana) arbitro o risolutore di questioni fondamentali: la tutela della legalità nel settore dell’economia, della finanza e della pubblica amministrazione; la repressione della criminalità organizzata; la tutela - penale e civile - contro le violazioni dei diritti umani; il riconoscimento dei nuovi diritti della persona nei pi vari settori (dalla tutela individuale e collettiva dei consumatori a quella del cittadino nei confronti della pubblica amministrazione, dai rapporti familiari di fatto ai conflitti in materia di bioetica), ecc.
    Uno dei fatti politici pi significativi delle democrazie occidentali in questa fase storica è il crescente rilievo della giustizia nella vita collettiva che non è fenomeno congiunturale, n legato ad una situazione nazionale.
    Sembra che si siano rapidamente dimenticate le inchieste sulla corruzione che hanno toccato i massimi livelli istituzionali in Francia e il fatto stesso che l’elezione dell’uomo pi potente del mondo, il Presidente degli U.S.A., è stato in ultima istanza deciso da una Corte.
    Da noi, ai fattori che anche altrove determinano la crescita del ruolo giudiziario, si aggiunge la presenza di una Costituzione rigida. Una Costituzione alla quale oggi pi che mai rinnoviamo il nostro impegno di fedeltà, perch oggi pi che mai la sentiamo come la bussola dei nostri orientamenti e fondamento della nostra legittimazione. Una Costituzione che non solo delinea una magistratura indipendente da ogni altro potere, come del resto fanno tutte le costituzioni, ma che attraverso il principio del giudice naturale e precostituito per legge, attraverso l’obbligatorietà dell’azione penale, l’indipendenza del pubblico ministero e la sua intrinseca appartenenza alla stessa magistratura cui appartengono i giudici, attraverso il principio dell’uguaglianza di tutti i giudici senza distinzioni di gradi e senza sovra e sotto-ordinazioni, delinea e garantisce in modo effettivo e non solo formale l’indipendenza l’imparzialità della magistratura e dei singoli magistrati da ogni potere e da ogni condizionamento esterno o interno come condizione essenziale per l’imparzialità dei giudizi, ma anche, l’indipendenza e l’imparzialità del sistema di giustizia nel suo insieme, affinch sia vero nei fatti ed appaia credibile che la giustizia è davvero uguale per tutti, ricchi e poveri, deboli e potenti, maggioranze e minoranze.
    L’approvazione della Carta europea dei diritti fondamentali a Nizza, che una recente pronuncia del Tribunale di prima istanza della Corte Europea ha riconosciuto come ormai inserita nel circuito delle fonti che orientano l’interpretazione dei singoli giudici anche a livello nazionale, ha delineato un architettura di diritti fondamentali che non si limita alle prerogative classiche dei diritti e delle libertà individuali, ma si estende ai principali diritti del lavoro e a quelli di carattere socioeconomiche, sino ad includere diritti come la libertà di rete e la tutela dell’ambiente nel quadro di uno sviluppo sostenibile.
    L’inscindibilità tra l’estensione di un catalogo di diritti riconosciuti e le prerogative di una magistratura forte ed indipendente risulta da principi ormai affermati a livello internazionale. I principi fondamentali sulla indipendenza della giurisdizione approvati dalla Assemblea dell’ONU con la risoluzione n.40/32 postula che l’indipendenza dei giudici debba essere garantita dallo Stato e che i giudici debbano decidere con imparzialità senza improprie influenze o pressioni. Riconosce il diritto ai magistrati, come a tutti i cittadini di libertà di espressione, di credo di associazione e di riunione.
    La Raccomandazione n.19/2000 sul ruolo del P.M. richiede un P.M. indipendente e situato all’interno del sistema giudiziario ed auspica misure concrete che consentano di svolgere successivamente le funzioni di giudice e quelle di P.M. o il contrario.
    La Raccomandazione n.12/1994 sull’indipendenza, l’efficienza ed il ruolo dei giudici postula la necessità di prevedere sia l’istituzione di forme di indipendenza per la funzione giudiziaria intesa come "corpo", sia di garantire la assoluta indipendenza della giurisdizione dal legislativo e dall’esecutivo nella interpretazione della legge.
    Anche per la condivisione dei contenuti ci sentiamo legati all’Europa e alla costruzione di una Costituzione e di una giurisdizione europea e vediamo con preoccupazione la generale e preconcetta ostilità dell’attuale governo verso qualunque forma di cooperazione penale, specie per quelle che, secondo linee inequivoche emergenti dai Trattati e dalla Convenzioni già vigenti, privilegiano i contatti diretti tra le autorità giudiziarie (per evidenti finalità di maggior rapidità ed efficacia degli atti) e la progressiva affermazione del principio di “reciproca fiducia” tra ordinamenti, diversi ma compatibili fra loro.
    Si è poi colto il pretesto della approvazione del testo della decisione-quadro sul mandato di arresto europeo, per dire e scrivere, in una dichiarazione unilaterale, che non ha alcun valore giuridico, che per dar corso a quell’atto di diritto derivato si dovranno modificare l’ordinamento giudiziario e la stessa Costituzione italiani, per allinearli a presunti (ed in realtà inesistenti) “modelli europei”. Si tratta in realtà di affermazioni che mirano ad ottenere il duplice scopo di rinviare nel tempo l’attuazione da parte dell’Italia della decisione-quadro e di legittimare disinvolte operazioni di modifica costituzionale sulla separazione delle carriere e l’obbligatorietà della azione penale quale attribuzione del PM, tutte cose che in Europa nessuno si è mai sognato di chiedere al nostro Paese.
    Dobbiamo essere consapevoli del fatto che questo genere di argomenti non sono solo in palese contraddizione con tutto il sistema di cooperazione penale internazionale che si va delineando ma che essi sono improntati ad una generale sfiducia verso la giurisdizione quale mezzo per l’attuazione del principio di legalità. Per far ciò non si esitato ad inventare presunti “complotti internazionali” di giudici e pubblici ministeri.
    Il rischio, chiaramente, non è solo quello dell’utilizzazione di falsi argomenti contro i magistrati italiani, che tante professionalità hanno saputo esprimere in questo materia, ma di essere tagliati fuori, di fatto e di diritto, da un settore decisivo nel contrasto al crimine, terroristico, organizzato e finanziario; e qui la sconfitta sarebbe dell’intero Paese.

  3. Le nostre proposte

    I valori dell’autonomia e dell’indipendenza della giurisdizione non possono essere oggetto di discussione e trattativa, in quanto costituiscono momenti essenziali e irrinunciabili del disegno costituzionale. Ma questo non può significare un’ottica di conservazione che si scontra con i limiti dell’attuale sistema giudiziario nell’attuazione dei diritti come tempi e come qualità. Oggi la giustizia italiana ha bisogno di cambiamenti, per attuare fino in fondo i diritti dei cittadini e, a tal fine, per rafforzare ed attualizzare i valori dell’autonomia e dell’indipendenza e degli strumenti posti a loro tutela.
    Un progetto di rinnovamento è necessario e dobbiamo essere noi a rivendicare con forza l’efficienza del sistema.
    Parlare di riforme non vuol dire cambiare a qualsiasi costo, ma anzi operare cambiamenti mirati, alimentati dall’esperienza e dall’elaborazione della cultura giuridica.
    Qualsiasi progetto deve partire dall’abbandono delle volontà punitive, dalla consapevolezza che non ci troviamo all’”anno zero” e che punto di partenza devono essere i dati concreti ed un bilancio dei diversi ed a volte incoerenti e disordinati tentativi riformatori avutisi in questi anni.
    Ci sono riforme che complessivamente hanno funzionato e altre che hanno creato difficoltà ed appesantimenti. Analogamente i dati diffusi dal Ministero della giustizia e dal Procuratore generale della Cassazione mostrano, negli ultimi anni, un quadro diversificato: ripresa del settore civile ordinario (ma non anche delle esecuzioni e delle cause previdenziali) e andamento a macchia di leopardo del settore penale, appesantito da un rito farraginoso e dal peso di garanzie puramente formali. Da qui occorre partire per un recupero di efficienza e funzionalità: con un monitoraggio della situazione esistente, una ricognizione seria dei problemi e interventi mirati che consentano di consolidare e diffondere i risultati positivi che, sia pure a fatica, si cominciano ad avvertire in alcuni settori ed in alcune sedi.
    Le direttrici di intervento per una vera innovazione della giustizia sono quattro: formazione (iniziale e permanente) di magistrati e personale amministrativo, organizzazione degli uffici, applicazione appropriata delle moderne tecnologie e in particolare dell’informatica, semplificazione delle procedure con interventi mirati in singoli settori.

    Un magistrato colto, specializzato (quando ciò sia imposto dalla natura degli affari che tratta), aperto al confronto garantisce un servizio pi rapido e fornisce un prodotto qualitativamente superiore e prevedibile (con recupero di uniformità delle decisioni, disincentivazione del contenzioso inutile e garanzia di parità di trattamento).
    Uffici ben organizzati, nel rispetto dei valori propri della giurisdizione, consentono l’ottimizzazione delle risorse e garantiscono l’integrazione dei diversi fattori che concorrono alla resa del servizio giustizia. Un’adeguata dislocazione delle risorse umane e la realizzazione di un ufficio che affianchi il giudice e operi con lui in una collaborazione di staff può moltiplicare le capacità di definizione e la qualità del lavoro giudiziario.
    L’informatizzazione, come sfruttamento di una rete evoluta: e integrarsi in rete non è un processo spontaneo ma il risultato una buona architettura, di una formazione continua degli utenti, di un costante aggiornamento degli strumenti. Informatizzazione significa, ad esempio, processo telematico, che da sperimentazione di nicchia, deve divenire quotidianità, e significa, ancora, rivedere alcune norme procedurali per renderle compatibili con le nuove tecnologie di comunicazione.
    Un monitoraggio capillare e costante (tuttora inesistente) delle diverse realtà giudiziarie è, infine, il presupposto fondamentale per individuare i settori che richiedono interventi normativi e per comprendere le ragioni reali delle diversità esistenti tra sede e sede, con conseguente valorizzazione ed esportazione delle esperienze virtuose.
    Queste direttrici si possono sostanziare in un progetto che modernizzi davvero la giustizia e nell’articolazione di proposte concrete.
    Siamo noi, è l’A.N.M., che deve rivendicare l’efficienza del sistema giustizia, condizioni di lavoro dignitose, la possibilità di fornire ai cittadini un prodotto tempestivo e qualitativamente adeguato. I magistrati devono essere attori fondamentali della modernizzazione della giustizia in Italia, coinvolgendo gli altri operatori, gli avvocati, l’università, i dirigenti amministrativi.
    Questo in un momento in cui si manifestano preoccupanti silenzi e ritardi del Governo e del Ministero sul piano dell’efficienza, del potenziamento degli uffici, dell’organizzazione, dell’ufficio del giudice, con segnali di sostanziale disinteresse al funzionamento e alla funzionalità del sistema giustizia, mentre la magistratura viene lasciata in una posizione di crescente marginalità e insieme presentata come responsabile dell’inefficienza del servizio.
    Per uscire da questo circolo vizioso occorre abbandonare quell’atteggiamento di conservazione, per un verso tipico degli uomini di diritto e che per altro verso trova qualche giustificazione nelle troppe riforme lasciate fallire, evitando di essere coerentemente propositivi solo quando ci viene imposto da situazioni difficili. Non è possibile che le proposte formulate dall’Associazione all’epoca della Commissione Bicamerale in tema di distinzione di funzioni tra P.M. e giudice e di temporaneità delle funzioni siano state poi rapidamente dimenticate, perch scomode.
    Non è possibile affrontare le questioni solo quando diventano incandescenti ed esplodono senza una capacità di previsione, riflessione e di elaborazione costante che cerchi di evitare che i problemi si facciano drammatici. Così, per accennare alcune questioni del tutto disparate, credo che sia assolutamente necessario che l’Associazione, utilizzando le enormi professionalità ed intelligenze che esistono nella magistratura, riprenda temi come quello del reclutamento e delle neonate scuole di specializzazione onde evitare una torsione elitaria dello stesso accesso alla magistratura, degli assetti della magistratura onoraria, del suo riordino e delle modalità possibili di sua partecipazione al governo della magistratura, degli effetti burocratizzanti ed intimidenti che può avere l’obbligo di segnalazione ai titolari dell’azione disciplinare e della Corte dei Conti contenuto nella legge Pinto, delle prospettive pensionistiche e delle indennità di fine rapporto in un quadro in profonda evoluzione.
    Non sarebbe male se questa volta arrivassimo tempestivamente, non sotto la costrizione dell’ennesima emergenza.


  4. Un nuovo associazionismo, un nuovo autogoverno.

    Eppure in una situazione così difficile la magistratura, nella sua stragrande maggioranza, non si è fatta intimidire ed ha dimostrato grande compattezza e grande unità, come dimostra la ferma e nobile protesta che è stata espressa in occasione delle inaugurazioni dell’anno giudiziario, con molta dignità e con piena fedeltà alle gloriose tradizioni del nostro associazionismo giudiziario.
    A ciò è corrisposto un risveglio della cultura giuridica e della società civile, che stanno manifestando nuovo interesse e nuove preoccupazioni per quanto succede nel mondo della giustizia.
    La capacità dimostrata dalla magistratura italiana e le ampie possibilità di confronto che vi sono con l’avvocatura, l’università, la società civile ci pongono nuovi doveri e la necessità di dare una risposta ai limiti e alle insufficienze che incontriamo nel modello di associazionismo e di autogoverno che abbiamo costruito.
    Dobbiamo prendere atto che un autogoverno in cui vi sia anche soltanto il sospetto che nomine e incarichi siano condizionati da lottizzazioni e clientelismi non ha futuro, che un governo autonomo potrà reggere se saprà superare la sfida della tempestività, effettività ed equità delle sue decisioni.
    Dobbiamo prendere atto che un’Associazione come semplice sommatoria di correnti non esiste pi e che vanno superati al pi presto gli evidenti limiti oggi esistenti nel dibattito e nella comunicazione interna, la modesta capacità di farsi capire all’esterno, l’insufficiente rapidità e concretezza delle decisioni, il persistere di ottiche miopi proprie di una microcorporazione.
    L’Associazione deve diventare sempre pi la casa comune di tutti i magistrati, che garantisca la loro piena espressione indipendentemente dalla loro specificità professionale, provenienza, idee.
    La necessità è quella di costruire un’Associazione forte, credibile, pluralista e con una struttura che valorizzi le enormi potenzialità e risorse che sono presenti nella magistratura italiana.
    Non credo che la direzione per farlo sia la prospettiva di una Associazione che si occupi prevalentemente del lato sindacale: non dimentichiamo che la nostra non è una categoria qualsiasi, ma l’espressione di una funzione costituzionale che impone una particolare attenzione ai diritti dei cittadini e alla loro tutela.
    L’esigenza di dare una risposta anche alle troppe volte trascurate condizioni concrete di lavoro, sia materiali, sia come carichi di lavoro è sacrosanta, come sacrosanta è l’esigenza di fornire informazioni ed indicazioni sui concreti problemi che i magistrati ogni giorno si trovano a vivere.
    Ma la soluzione non è pi sindacato e meno cultura, ma pi sindacato e pi cultura, cercando di valorizzare la ricchezza di idee, di eticità e di proposta che la magistratura e l’Associazione possono garantire al Paese.
    Così, e perdonatemi gli slogan, il problema non è quello di avere meno presenza delle correnti, ma anzi pi presenza delle correnti intese come capacità di elaborazione culturale, di proposta, di far vivere e maturare idee, mentre nessuno spazio possono avere apparati e logiche di schieramento.
    Ma per fare il salto di qualità che la situazione ci impone non servono proclami o generici richiami alla necessità di rifondare l’A.N.M., ma proposte concrete di metodi e comportamenti. Penso ad esempio ad un sito internet che sappia essere luogo di dibattito e di informazione interna e di veicolo verso l’esterno, ma penso anche a canali diversi di comunicazione e di discussione, ivi compresa la posta elettronica, così come al potenziamento di gruppi di lavoro aperti sulle diverse tematiche e sulle diverse professionalità, che possano arricchirsi con il contributo di esperti esterni.
    Questa è l’Associazione che ci rappresenta e questa è l’Associazione che dobbiamo migliorare come struttura, come comportamenti, come rapporto tra i magistrati ed i loro rappresentanti, come metodologie di lavoro, in modo che diventi davvero la casa di tutti. Dipende solo da noi e dalla nostra capacità e tenacia.
    Del resto se credo che da questo Congresso debba partire un forte progetto di adeguamento dell’Associazione alle nuove sfide che ci vengono poste, dobbiamo anche partire dalla constatazione che l’A.N.M. con le sue iniziative successive all’assemblea del 10 novembre ha saputo rappresentare e dare espressione, in una situazione difficilissima, alla magistratura italiana, riuscendo a non abbandonare i diversi tavoli di discussione, occupandosi con serietà delle questione economica senza farla diventare merce di scambio, dando un’immagine di grande unità, dignità e compattezza.
    Unità, dignità e compattezza che debbono continuare, al di là dei pochi che vorrebbero cambiare linea per rifugiarsi in un pi comodo collateralismo con il Governo, che ritengono garantisca oggi qualche vantaggio e qualche rivincita, ma che finirebbe per svuotare la stessa funzione dell’Associazione. Sappiamo che al di là delle idee, delle provenienze, dei diversi mestieri, dell’età è comune a tutti noi la richiesta di poter svolgere con serenità il proprio lavoro con indipendenza, rispondendo solo alla legge e alla propria coscienza, e sappiamo che l’insofferenza per tentativi di intimidazione, di condizionamento, di alterare i propri diritti ed il proprio status è crescente ed è presente in ogni sede ed ufficio.
    Dobbiamo migliorare questa magistratura e renderla pi vicina ai cittadini, ma continuando sulla strada di una magistratura che ha cercato di applicare la legge davvero in modo eguale per tutti, magistratura cui siamo orgogliosi di appartenere.
27 02 2002
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