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Legislazione tra protezione e repressione

In uno dei documenti sulla condizione dei migranti riportati nella raccolta che avete trovato nelle cartelline – e precisamente nel documento sull’indultino (un nome ricorrente) presentato nella scorsa legislatura dal centro-sinistra – segnalavamo con l’Asgi, la spinta verso una riedizione della contrapposizione liberal-ottocentesca tra un sistema penale ispirato ai principi del garantismo per i galantuomini e un diritto speciale di polizia per le classi pericolose.
Non è una denuncia nuova, soprattutto non è nuova per Md: oggi però i discorsi dei procuratori generali testimoniano la diffusione della consapevolezza del carattere classista che sta progressivamente assumendo l’ordinamento penale (ma non solo quello penale).
E se in questi ultimi anni l’iniziativa politica e legislativa si è concentrata sul versante della protezione dei galantuomini, per i prossimi abbiamo già le avvisaglie di un crescendo di iniziative di tipo repressivo delle nuove classi pericolose: ed è ad affrontare questa prospettiva che ci dobbiamo preparare.
Non è un fenomeno solo italiano: tutto l’occidente è attraversato dall’affermazione della logica sicuritaria, la logica che traduce il senso di insicurezza prodotto dalla società del rischio in domanda di repressione.
Quando il diritto alla sicurezza prende il posto della sicurezza dei diritti, come diceva Baratta, allora le questioni poste dalla marginalità sociale diventano naturalmente questioni criminali.
Non so se ci troviamo di fronte a dinamiche analoghe a quelle che hanno caratterizzato la storia dei processi di carcerizzazione “dei portatori del conflitto e del disagio sociale” (Pavarini) in concomitanza con grandi svolte, grandi innovazioni dei processi economici: però, i segni della spinta verso un nuovo grande internamento delle classi pericolose ci sono e sono sotto gli occhi di tutti:

E’ un modello politico-sociale che si afferma un modello fondato sull’esclusione e che affida al diritto penale, anzi al diritto della segregazione un ruolo destinato a diventare sempre pi pesante.
I giornali dello scorso 2 gennaio hanno riportato la notizia della morte di un bambino causata – questa, per lo meno, era l’ipotesi formulata nell’immediatezza – dalla elevatissima temperatura che c’era in casa, a sua volta determinata dal fatto che i genitori si erano visti staccare il contatore dell’elettricità per morosità e lo avevano poi manomesso non riuscendo a controllare la temperatura. Sempre i giornali, riferivamo che il collega pm aveva iniziato a sentire come testi i genitori del bambino e poi, doverosamente si intende, aveva attribuito ad uno o ad entrambi la veste di indagato.
Non è certo la prima volta che la marginalità sociale, la povertà si traducono – in modo così diretto - in reati: chiunque ha lavorato nel penale ha alle spalle tantissimi esempi della conversione criminale del disagio sociale.
Ma – al di là dello strazio che rivelava - la vicenda che vi ho ricordato presenta una particolarità: il genitore del bambino non corrisponde infatti all’identikit del marginale/delinquente; non era un immigrato, non era un tossicodipendete, non era un alcolista, non era un ex detenuto.
E – questo è il punto - non era nemmeno un disoccupato. Si trattava di una persona che aveva un lavoro e che, nonostante questo lavoro, viveva in questa condizione di povertà.
Quando i diritti del lavoro, i diritti fondamentali delle persone che lavorano vengono spacciati per privilegi in danno di chi un lavoro non ha, bisognerebbe forse pensare a casi come questo, casi che ci descrivono l’umanità destinata a popolare i nostri fascicoli e le nostre aule.
Nel nostro paese, la sinistra ha gravi responsabilità nell’affermazione della logica sicuritaria: è ancora vivo nei nostri occhi il ricordo dei maxi-poster sulla sicurezza con i quali i candidati premier inaugurarono la campagna elettorale, poster nei contenuti del tutto sovrapponibili.
Ma, soprattutto, è pesante l’impronta lasciata nell’ordinamento da una serie di norme ispirate a quella che l’allora ministro della giustizia Fassino definiva – anche al nostro congresso di Venezia – come l’emergenza-sicurezza:

Ecco un sontuoso esempio della concezione del popolo e della sovranità popolare accolta dal neo-giacobinismo padano.
Se un merito, ovviamente paradossale, può essere riconosciuto ad esternazioni del genere è quello di confermare che l’insofferenza verso il ruolo costituzionale della giurisdizione è, per così dire, a tutto tondo; si indirizza:

  • verso la pretesa di esercitare il controllo di legalità nel rispetto del principio di eguaglianza e, quindi, amche nei confronti dei galantuomini;
  • e verso quella, altrettanto scandalosa, di garantire la tutela dei diritti fondamentali a tutte le persone persino agli immigrati.