Donne di Magistratura democratica

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Lavoravamo a maglia, ai congressi di emmedi degli ultimi anni '70, e praticavamo - con moderazione - la separatezza.
Riunite in piccoli gruppi di donne ci siamo interrogate e siamo cresciute nel nostro pensiero di giuriste, abbiamo parlato, con la pratica del partire da s, di diritto leggero, di coscienza del limite, di relazione, e abbiamo tentato di tradurre questo pensiero nel nostro fare di magistrate.
Alcune delle cose che ci siamo dette, negli anni '80 e '90, sono ormai connotate dal tempo, altre sono state fagocitate e omologate, altre ancora sono entrate nella coscienza collettiva, di donne e di uomini, in particolare in emmedi.
La storia di quegli anni è stata da pi parti raccontata, e in piccola parte l'ho raccontata anche io, nel seminario milanese del 17 aprile 2004 dal titolo "Magistratura e differenza di genere".
A quel testo, reperibile sul sito, rimando integralmente, per non ripetermi e non portare via tempo inutilmente.

Qui dico solo che negli anni "ruggenti" del movimento femminista l'oggetto principale delle discussioni al nostro interno era pi che altro il rapporto con la norma, la posizione da assumere nella duplice veste di donne e di tecniche del diritto: alla fine per alcune di noi, tutte magistrate, tutte di emmedi, è stato chiaro che il femminismo si intrecciava con una irrinunciabile vocazione garantista: abbiamo affermato allora - ed io ci credo ancora - che lo specifico femminile non è di per s garanzia di trasformazione del reale, che la qualità non è implicitamente buona in quanto femminile la connotazione. Non dico, insomma, donna è bello. Così come non nego affatto che grandi possano essere le differenze fra le donne.

Il femminismo dell'oggi è diverso da quello del passato, giustamente si parla di "femminismi", di pensieri ed esperienze diverse. Io non so neppure se ha ancora un senso parlare di femminismo: sappiamo però per certo che esistono reti di donne fra loro in comunicazione, restano gruppi di scambio dove agisce autorità femminile, dove si condividono interessi e competenze comuni, restano relazioni privilegiate tra donne che creano e moltiplicano autorità e giudizio libero femminile.
Gruppi di scambio che possono peraltro continuamente crearsi e dissolversi, come ha dimostrato la recente storia del documento contro la legge sulla procreazione medicalmente assistita, frutto di un pensiero comune maturato negli anni con la pratica del "partire da s", scritto da Bianca La Monica e sottoscritto in pochissimi giorni da circa 150 giuriste, che hanno appunto creato tra loro una relazione privilegiata e si sono date reciproca autorevolezza.
Apro una parentesi: dalla nostra posizione su quella orribile legge, incostituzionale, invasiva, penalizzante per la salute delle donne, che confonde diritto e morale, discende necessariamente il sì ai quesiti refendari.
Qui non posso parlare a lungo di "magistratura e differenza di genere", cioè se faccia differenza essere donne nell'istituzione giustizia: e fa differenza, lo abbiamo detto con consapevolezza e forse anche con orgoglio; non posso raccontare come si siano venute formando nel corso del tempo le modalità del nostro agire, le connessioni che abbiamo cercato fra pensiero e pratica: le relazioni con gli altri e l'organizzazione, il senso della funzione, il contenuto delle decisioni, il rapporto con la norma.

Dico solo che ci siamo rese conto che i conflitti trovano miglior composizione fuori da ogni decisione autoritaria, e per questo abbiamo cercato di praticare mediazione, dando valore alle persone e alle relazioni fra le parti, cercando di scoprire i problemi reali che si agitano dietro una domanda di giustizia, di interagire nelle relazioni con gli altri, avvocati e parti, senza accettare che sia il ruolo a vivere in vece nostra, senza sentirci obbligate ad imitare il modo maschile di esercitare la professione, esercitare potere, fare politica.

Parlo di libertà femminile.

Un tempo a questo pensiero è stato dato un nome, "diritto sessuato". E' stato il progetto di modificare il senso delle norme attraverso la giurisprudenza, dando ingresso alla diversità di genere nel diritto, senza però costruire un sistema di norme diverso e parallelo rispetto a quello maschile. E' stato anche il modello dell'interdipendenza, della connessione, contrapposto al linguaggio dei diritti: è stato mettere al centro della riflessione l'individuo concreto, l'essere in relazione, e la responsabilità come misura della relazione. E' stato il "diritto leggero", l'elasticità dello spazio giuridico nel momento della produzione e la discrezionalità nel momento dell'interpretazione.

Una delle domande fondamentali che ci ponevamo era: come può interagire la categoria della differenza in un sistema di pensiero fondato sul principio di uguaglianza?
Abbiamo tentato di dire che nessuna libertà ed uguaglianza possono esistere in un mondo senza libertà femminile, e che nessuna libertà femminile può darsi in un mondo senza libertà ed uguaglianza. Abbiamo pensato, e pensiamo, che il diritto non perde il suo carattere sessuato al maschile se singole norme introducono correttivi che prendono atto dell'esistenza in fatto della discriminazione sessuale; che le scorciatoie istituzionali, specie quelle consistenti in regolamentazioni di mera tutela, sono di scarsa utilità e prive di ritorno in termini di libertà.
Dicevamo anche, e ripetiamo oggi, che i modi della politica non perdono la loro caratteristica di genere per il solo fatto che quella stessa politica sia fatta anche da donne.

Questi sono pezzi della storia mia e di alcune altre, vissuta parallelamente alla presenza in emmedi, presenza silenziosa, ai margini, con rare assunzioni di responsabilità all'interno della corrente. Già pi dieci anni fa lo avevamo scritto ("Questione Giustizia" n.4 del 1993: "Pratica politica delle donne e istituzione giustizia"), Laura Curcio, Bianca La Monica, Rita Errico ed io. Abbiamo parlato del fatto che non avevamo mai portato nel dibattito politico della corrente l'identità collettiva delle donne, la nostra specificità di donne/magistrate democratiche.

Questa non è una storia che appartiene a tutte.

Ma tutte oggi vediamo l'assenza delle donne dai luoghi delle decisioni, l'esclusione e l'autoesclusione. La vedono quelle che quaranta anni fa sono entrate in magistratura, e le pi giovani, le nostre figlie simboliche, che magari ne fanno una semplice questione di democrazia: dicono, non a torto, che oggi certi modi di sentire e vivere la funzione appartengono pi alle scelte ideologiche che non all'appartenenza di genere, anche se non dubitano che nel lavoro quotidiano la presenza femminile abbia condizionato i modelli professionali di riferimento per ciascuno di noi.

E' accaduto che ci siamo incontrate, su questo terreno del fare concreto, del modo di essere giudici; siamo partite dalla proposta di quote che ci arrivava dalla corrente (e che non apparteneva al sentire di molte, in particolare al mio, in quanto strumento di protezione e tutela di una categoria debole, in quanto riconoscimento di debolezza) e abbiamo cercato di capire e definire come vorremmo che funzionassero gli organismi collegiali in emmedi, quali vorremmo che fossero i criteri di scelta per le cariche associative e nelle nomine dei dirigenti; in quale modo, con quali forme vorremmo fare politica: e ci siamo trovate d'accordo. Ci siamo messe in relazione, e abbiamo cercato di allargare la rete, mandando una lettera a tutte le colleghe, pubblicata sulla mailing list.

Così abbiamo rotto il silenzio.

Quanto al funzionamento degli organismi collegiali, pensiamo sia meglio limitare il numero degli incontri di persona, spesso inutili e ripetitivi; far ruotare i luoghi di incontro, per favorire chi vive "in periferia"; fissare orari che consentano di non pernottare fuori casa; incentivare la comunicazione via web, il forum telematico, con il massimo allargamento della discussione. Nella scelta degli incarichi in ambito professionale e associativo vorremmo fosse favorito chi possiede attitudini ed esperienze acquisite nell'ambito del proprio lavoro, promuovendo la partecipazione di chi, come le donne, non si rende spontaneamente disponibile; vorremmo che ci si potesse esprimere in ambito locale (ad esempio per le nomine dei dirigenti, dei formatori"), perch è lì che si conoscono le capacità delle persone, le prassi di lavoro: la valorizzazione degli aspetti concreti della nostra attività di giudici non potrebbe che favorire le donne.

Nella vita politica della corrente vorremmo disincentivare le "carriere" fatte di visibilità personale, vorremmo abolire i tuttologi, prestare pi attenzione alle relazioni con le persone, decentrare e dare pari dignità a ogni ruolo" Vorremmo"vorremmo tante cose.

Insomma, parliamo di prenderci, tutti, tempi di vita; di attuare pratiche politiche diverse invece che cercare di rendere "pi attraente per le donne" l'esistente forma della politica.

Parliamo dei modi di fare politica prescindendo dalle quote.

Perch io dico che si tratta di cercare competenza femminile, e non competenza tout court, o il femminile tout court. Si tratta di dare valore e reciproco riconoscimento alla competenza femminile. Per questo ho rotto il silenzio.
Mi interessa che una donna diriga un ufficio o possa svolgere politica associativa in un qualche organismo di rappresentanza se così si esprime la sua identità, la sua libertà femminile che è anche la mia. La libertà femminile non viene dall'essere ammesse nella società maschile n da una rivendicazione nei suoi confronti, ma dall'autorità che si riceve da una fonte femminile. Gli incontri delle donne di emmedi milanesi ci danno reciprocamente autorità, nella nostra diversità.

Certo è bene essere precise, nel 2005: libertà femminile non è cercare potere e visibilità. Il sesso femminile non è di per s civilizzatore, le donne non sono esseri salvifici, estranei alla competizione per il potere. Libertà femminile non è quella della soldatessa americana con il prigioniero iracheno nudo al guinzaglio. Libertà femminile non è neppure quella prefigurata da Ratzinger prima che divenisse Papa, quando nell'estate 2004, scriveva dell'attitudine vocazionale delle donne, della loro capacità di esistere per l'altro.

E così ad alcune di noi non interessano le quote se così si aggiungono le donne agli uomini come se fossero uomini e non donne che "hanno una capacità di espressione significativa di loro stesse", che "hanno imparato a partire da s, a pensare in grande, ad esercitare l'attenzione, l'autoanalisi costante e implacabile" (cito Lidia Ravera), non mi interessano le quote se creano la "pseudoesperta" del femminile, che ha dall'uomo la sua identità (a lei scriveva Carla Lonzi nel lontano 1977: "chi ha detto che hai giovato alla mia causa? io ho giovato alla tua carriera").

Siamo insomma ancora al punto: è una presenza femminile consapevole, è la presenza di donne che faticosamente si pensano come individualità svincolate dai ruoli già dati, di donne che cercano di praticare la dialettica della vita con la cultura, l'incontro delle storie con la storia, a segnare la differenza, a connotare di genere la rappresentanza. La riserva di quote di per s non nuoce ma significa poco. Certo potrebbe funzionare da stimolo, eliminare alcuni problemi di "sgomitamento" che magari inducono ad una rinuncia a priori.

E' inutile dire: "vi do due, cinque, dieci posti", se, una volta entrata, ogni donna sentirà di dover comunque tener fuori dalla stanza il proprio linguaggio e le proprie esigenze di vita, determinate dai ruoli di madre, moglie, figlia, che ha via via accumulato. E' inutile se sentirà che quella presenza ha da scontare il prezzo di adattarsi all'esistente, senza possibilità di cambiarlo .

Non vogliamo essere "ladre" di posti spettanti ad altri: pensiamo che accogliere il femminile nella politica della corrente possa cambiare modi e contenuti per donne e uomini.

Noi non ci prendiamo oggi, dentro la corrente, spazi separati, come facevamo pi di venti anni fa. Quello che è e resta separato oggi è il luogo della politica, accogliente e aperto solo per chi si omologa, per chi ne impara i modi e i linguaggi.
C'è una domanda di partecipazione, invece, di donne e di uomini che vogliono pi o meno consapevolmente rifondare dal basso l'idea stessa della democrazia. Questo accade nel mondo, in Italia, e pi in piccolo anche qui in emmedi. E accade appunto anche che le donne di emmedi si siano messe in rete, si siano poste in relazione fra loro da posizioni anche parzialmente diverse.
Questo mio intervento è anche il frutto di quella relazione, esprime posizioni condivise: ciascuna con la sua storia.

Tentiamo di usare tutti un'altra grammatica della politica, quella che parla a donne e uomini con la testa, con il cuore e con la pancia.
Ci vogliono far vivere, tutti, in un mondo "a libertà limitata": sappiamo che invece un altro mondo è possibile, sappiamo che questo altro mondo non possiamo lasciarlo costruire da un solo genere. E così non possiamo lasciar costruire da un solo genere un'idea di giustizia, una politica dei diritti, un'organizzazione giudiziaria, un autogoverno.

E allora cosa c'è?

C'è che se non riconosciamo e diamo ingresso ai due generi non faremo buona politica per nessuno, n uomini n donne. Non saremo buoni giudici, visto che giudichiamo uomini e donne. Non sapremo autogovernarci, visto che governiamo uomini e donne.

C'è che, dopo tanti anni, non vogliamo pi stare fuori dalla stanza a guardare. Vogliamo entrarci, nelle segrete stanze, aprire porte e finestre, arieggiare, sbattere le lenzuola al vento e al sole.

Questo è il momento di farlo: perch si uscirà dal disastro dell'attuale situazione italiana con una nuova maggioranza, con un nuovo governo, e con nuove proposte anche per la giustizia e la magistratura.

Perch il fronte comune dei magistrati contro un sistema che vuole asservirli, limitarne se non escluderne autonomia e indipendenza, si sfalderà in mille rivoli quando ci troveremo a dover discutere di altre ipotesi, certamente meno becere; quando potremo finalmente ricominciare a parlare male di noi, a criticare sentenze, provvedimenti e cattive prassi, e a cercare di definirle, le buone prassi, cercare di fare buona giurisprudenza perch autonomia e indipendenza sono una precondizione, necessaria ma non sufficiente.

Guardiamo lontano, e nel "cantiere per il futuro" o nella fabbrica del programma per la giustizia e per la magistratura vogliamo starci.

E allora, per chiudere: per problemi di tempo mi sono limitata ad un tema specifico, anche perch quanto al resto sottoscrivo parola per parola l'intervento di alcune che mi hanno preceduto, in particolare quelli di Rita Sanlorenzo e Elisabetta Cesqui, a loro non per caso riconoscendo autorità e competenza, e per la proprietà transitiva ai "padri" cui si sono richiamate, Rodotà e Palombarini.
Perch comunque non mi importa solo che sia giustizia di donne e uomini per donne e uomini: mi importa la qualità di quella giustizia, la qualità della giurisprudenza.

08 05 2005
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