Giustizia uguale per tutti: Conferenza nazionale sulla giustizia dei Ds

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Care amiche e cari amici dei Democratici di sinistra,

Il mio saluto e il ringraziamento per l'invito che avete rivolto a Magistratura democratica non
sono questa volta dettati solo dalle regole della buona educazione. Non dimentichiamo la Vostra
presenza e il Vostro impegno nelle durissime lotte che i magistrati italiani hanno dovuto
sostenere durante questa interminabile legislatura; n dimentichiamo il contributo di idee e di
progetti che, nella reciproca rigorosa autonomia, mai avete fatto mancare in questi anni nel
dibattito per una giustizia possibile al servizio dei cittadini. Di questo, a nome di tutti i
nostri aderenti, Vi ringrazio.

Magistratura democratica è un'organizzazione di magistrati che intende portare nel dibattito
democratico il suo Progetto per una giustizia rapida, trasparente, orientata dai principi e dai
valori della Costituzione repubblicana; non vogliamo arrogarci compiti che non abbiamo, non
siamo i consiglieri di nessun principe, ma solo un gruppo di giuristi che collettivamente e in
modo trasparente si confrontano ogni giorno con le difficoltà del rendere giustizia e con le
esigenze della società italiana.

Il Rapporto di Alvaro Gil-Robles, Commissario per i diritti umani del Consiglio d'Europa,
pubblicato il 14 dicembre 2005, disegna un quadro desolante dello stato della giustizia in
Italia: dalla sua lettura siamo portati e credere che lo Stato di diritto è in Italia in
concreto pericolo. Alcune ragioni della crisi sono da tempo note, ma certamente in questa
legislatura le situazione si è aggravata a causa delle scelte del Governo e della maggioranza
che lo sostiene e di un Ministro che può "vantare" la sostanziale liquidazione di qualsiasi
progetto di innovazione e razionalizzazione, oltre alla cronica mancanza di mezzi ed alla
mediocre utilizzazione di quelli esistenti.

Ma anche altre ragioni sono ormai evidenti; anzitutto riti farraginosi, che danno a chi ha pi
mezzi e pi tempo la possibilità di un uso del processo e delle impugnazioni a scopo dilatorio,
non certo perch sia in discussione il fondamentale diritto di ciascun individuo di presentare
appello o ricorso dinanzi alla Corte di cassazione, ma piuttosto perch è troppo facile
abusarne. Le statistiche delle cause pendenti dinanzi alla Corte sono esempio evidente del
problema: la nostra è l'unica Corte suprema al mondo che conta le sue decisioni a decine di
migliaia.

La verità è una sola: in questa legislatura la situazione della giustizia, che era già
estremamente difficile, è ulteriormente peggiorata: anzich riformare la giustizia si è
preferito cercare di governare i giudici e di incidere sulla stessa attività giurisdizionale.

E' ormai a tutti evidente la necessità di voltare pagina, nel metodo e nei contenuti, per
reagire al declino che, nell'economia come nella giustizia, nei servizi pubblici come nella
ricerca scientifica, sembra essere oggi il destino di questo Paese. Occorre una svolta che dia
un segno chiaro di discontinuità. Su questo punto abbiamo avuto, oggi, segni incoraggianti ed
indicazioni preziose sul Vostro programma, su cui lavoreremo e sulle quali ci confronteremo.

Il problema della giustizia deve essere affrontato anzitutto come problema di funzionalità
complessiva di un essenziale servizio che va reso ai cittadini, soprattutto a coloro che si
rivolgono al giudice perch non hanno altro potere se non la forza del diritto. Un recupero
minimo di efficienza del sistema è, ormai, una pre-condizione per qualsiasi discorso sulla
giustizia e per la giustizia: affermare i diritti senza dare ai cittadini gli strumenti per la
loro attuazione rischia di essere un discorso vuoto ed inutile. Di ciò devono essere
consapevoli non solo il futuro legislatore, ma anche tutti gli attori del sistema, magistrati,
avvocati, funzionari e personale.

Fondamentale dovrà tornare ad essere il ruolo del Ministro della giustizia, cui l'art. 110
della Costituzione affida compiti che in questa legislatura sono stati ampiamente traditi; in
particolare andrà ricostruita quella "leale collaborazione" col CSM che la Corte costituzionale
ha pi volte indicato essere la stella polare del rapporto tra i poteri dello Stato e che
questo Ministro ha sempre accuratamente disatteso. Ma andrà soprattutto ricostruito un clima di
dialogo con la società e in questo progetto dovranno essere coinvolti la magistratura,
l'avvocatura, la cultura giuridica, il personale dell'amministrazione giudiziaria. Le scelte
finali saranno, come è ovvio e necessario, della politica, ma il metodo con cui si arriverà ad
esse non sarà senza significato, perch occorre passare da una politica contro la magistratura
ad una politica per la giustizia; in altre parole occorrerà, finalmente, prenderla sul serio.
La stella polare dovrà essere, per tutti, l'art. 111 della Costituzione e la durata ragionevole
del processo.

Abrogare subito tutte le leggi della destra o attendere una nuova stagione di riforme ? Questa, se esposta in termini semplificati, è una falsa alternativa; nessuno può
ragionevolmente attendersi una legge di un solo articolo che puramente e semplicemente abroghi
"tutta" la produzione normativa di questa legislatura. Ma nessuno può accontentarsi neppure
della vaga promessa di future riforme generali, in uno o pi settori dell'ordinamento, senza
chiedere che almeno le disposizioni incostituzionali vengano immediatamente cancellate: occorre
quindi affrontare immediatamente alcuni nodi essenziali per la funzionalità del sistema, anche
per adempiere ai nostri obblighi internazionali e comunitari.

Sulla legge ex-Cirielli non possono esserci dubbi; essa va immediatamente abrogata, almeno
nella parte in cui modifica le norme sulla recidiva e i suoi effetti sul trattamento penale e
penitenziario; a tacer d'altro va considerato che la situazione, già drammatica, delle carceri
rischia di diventare in pochi mesi esplosiva. E' una legge per certi versi persino grottesca,
se poche ore dopo la sua approvazione il Ministro ha lanciato l'allarme sulle carceri (come se
si trattasse solo di un problema edilizio !) e se pochi giorni dopo il Governo ha già dovuto
modificarla con decreto-legge del 30 dicembre che ha soppresso una norma appena introdotta:
caso, forse unico, di una disposizione cancellata in meno di un mese !

La legge Pecorella appena approvata dal Parlamento merita uno solo commento, quello del Primo
Presidente della Cassazione: siamo sbigottiti.

Dubbi non dovrebbero esserci sulla legge Bossi-Fini, la cui disciplina, che peggiora alcuni
errori di prospettiva già contenuti nella legge Turco-Napolitano, è talmente negativa da non
poter essere in alcun modo salvata; basti pensare, rimanendo sul solo piano degli effetti
pratici e senza considerare le pur rilevanti questioni di principio, all'impatto devastante che
le norme in materia di sanzioni penali a tutela dell'effettività dell'espulsione hanno prodotto
e producono ogni giorno sugli uffici penali, chiamati a far fronte ad un numero enorme di
arresti e di processi per violazione all'ordine di espulsione, trascurando in tal modo,
inevitabilmente, reati ben pi gravi.

Complesso è, indubbiamente, il discorso sulla riforma dell'ordinamento giudiziario, che sta per
diventare effettiva con la pubblicazione dei primi decreti legislativi. Ferma restando la
richiesta di una sua totale abrogazione, occorre almeno un generale congelamento della sua
attuazione, in attesa della impostazione di una vera riforma, che sia rispettosa dei principi
costituzionali. Se dovesse andare a regime la riforma Castelli andrebbe in crisi il CSM e tutta
l'organizzazione giudiziaria; si pensi al sistema delle carriere, alla scuola, al disciplinare,
alle procure organizzate secondo un principio puramente gerarchico: la riforma deve essere
bloccata prima che si verifichino guasti irreversibili, anche sul piano della funzionalità.

Così come complesso, anche se ineludibile, è il discorso su diritto e giustizia del lavoro. Il
problema è che oggi una gran parte dei lavoratori non ha diritti n garanzie da portare davanti
ad un giudice. Rispetto alle polemiche sull'abrogazione o meno della legge Biagi e del dilemma
flessibilità sì / flessibilità no, si è approfondito in modo drammatico il solco tra il
lavoratore subordinato tutelato e chi di garanzie non ne ha per nulla. Occorre andare sulla
strada del superamento delle disuguaglianze e discriminazioni. Il processo del lavoro è ancora
uno strumento valido che può funzionare, ma occorre riflettere sul fatto che spesso il
contenzioso lavoristico appare fine a s stesso, una specie di ammortizzatore sociale che serve
a fare statistica su cause previdenziali e per i lavoratori protetti.

Quanto alla disciplina degli stupefacenti, pensiamo che non si possa affidare tutto il problema
ai rimedi penali, occorre uno sforzo di idee e di iniziative che vadano dalla sanità alla
scuola. Il carcere non può diventare un mezzo "ordinario" per la soluzione dei problemi
sociali e per il trattamento di ogni devianza.

Questa mattina l'on. D'Alema ha posto una domanda che non può restare senza risposta: la
giustizia ed i suoi soggetti non è un affare degli addetti ai lavori, ma un bene dei cittadini:
cosa intendono fare gli operatori, i magistrati e gli avvocati: sono essi disposti a rinunciare
ad una visione autoreferenziale e corporativa dei loro rispettivi ruoli ?

Sappiamo bene che dobbiamo ogni giorno confrontarci con le difficoltà e i limiti
dell'organizzazione giudiziaria e con la diffusa insoddisfazione della società e dei cittadini
per l'inefficienza del sistema di giustizia. Come abbiamo detto al nostro Congresso, per i
magistrati dare risposte serie e non autoconsolatorie alla domanda dei cittadini è la premessa
per un dialogo vero e fecondo con la società e la pubblica opinione. La nostra indipendenza
deve essere sentita come valore permanente dai cittadini e non possiamo chiuderci in una difesa
che appaia corporativa.

Nella giurisdizione come potere diffuso occorre in primo luogo la tensione etica e
professionale di ciascun magistrato nell'esercizio quotidiano delle sue funzioni. Quanto pi è
rilevante il ruolo che, nell'esercizio dei sui compiti, la magistratura adempie nella vita del
paese, tanto pi è necessario che l'azione e i comportamenti dei magistrati siano rigorosi e
ineccepibili. Chi ha responsabilità istituzionali deve, nella gestione e nell'organizzazione
degli uffici giudiziari, avere presente il problema della credibilità dell'attività
giudiziaria, ciò che rappresenta il presupposto per poter fugare ogni sospetto sulla
correttezza dei singoli magistrati e della giustizia.

Il sistema italiano di autogoverno della magistratura è un modello virtuoso, che ha garantito
l'indipendenza del potere giudiziario e che è stato preso a modello in numerosi Paesi. Esso,
per essere effettivo, deve essere messo in condizione di funzionare. La legge elettorale
approvata in questa legislatura, con l'abbandono del sistema proporzionale e la diminuzione
irragionevole ed immotivata del numero dei componenti, la mancanza di risorse materiali ed il
rifiuto, spesso ostentato, di "leale collaborazione" da parte del Ministro (ciò che ha
costretto il CSM a percorrere la strada del conflitto di attribuzioni) sono stati altrettanti
attacchi alla stessa indipendenza della magistratura. E' però vero che alcune decisioni in
tema di nomina dei dirigenti, di attribuzione dei punteggi per i tramutamenti, di valutazioni
di professionalità, nonch la lentezza di alcune procedure, hanno creato un senso diffuso di
malessere cui va data una risposta. Occorre perciò riaprire il dibattito sull'autogoverno e
sulle sue istituzioni fra tutti i magistrati, partendo dall'idea che "autogoverno" non è il
solo CSM, ma un sistema pi ampio ed articolato che comprende i Consigli giudiziari, i capi
degli uffici e tutti i magistrati, che devono sentirsi protagonisti ed artefici di prassi
organizzative e di modelli operativi positivi ed efficaci.

Prioritario dovrà essere l'impegno, del Consiglio e del Ministero, per ottenere finalmente dati
affidabili sui flussi del lavoro giudiziario e le "tabelle" - oltre a garantire il rispetto del
principio del giudice naturale, dovranno diventare un progetto di organizzazione degli uffici
che assicuri la piena ed effettiva tutela dei diritti in tempi ragionevoli. La magistratura non
dovrà sottrarsi a quella autoriforma che costituisce il presupposto per la difesa della sua
autonomia e delle sua indipendenza.

Vado a chiudere il mio intervento. Domani a Roma e Milano si
svolgeranno due importanti manifestazioni in difesa della legge 194 e per i Pacs. Quella di
Milano risveglia in me ricordi che credevo (e speravo) sopiti; sembra incredibile, ma
trent'anni dopo siamo ancora qui a dover difendere quella che sembrava una conquista (già
allora tardiva) di minima civiltà. La manifestazione di Roma intende appoggiare le iniziative
legislative che vogliono introdurre i Pacs, uno strumento utile e bello che, contrariamente a
quel che pensano alcuni, non minaccia e non offende nessuno, anzi, vuole estendere i diritti.

Il nostro ineffabile Ministro ha minacciato di azione disciplinare Giovanni Palombarini per
aver deciso di partecipare alla manifestazione di Roma perch, sostiene, ciò lederebbe "il
prestigio dell'ordine giudiziario". Una sola risposta è possibile: domani Md sarà in piazza a
Roma e Milano; sui diritti e le libertà non ci faranno tacere.

Care amiche e cari amici, la Costituzione non è certo è immodificabile, ma il potere di
revisione non può essere utilizzato per stravolgerne l'impianto ma soltanto per approvare
modifiche che ne sviluppino disegno, finalità, progetto, secondo una coerente logica di continuità costituzionale. Per queste ragioni Md è nel Comitato promotore del referendum per
impedire la promulgazione della riforma approvata dalla destra.

Siamo ben consapevoli che la legge costituzionale approvata dalla maggioranza politica è molto
pi grave e pericolosa della legge Cirami, della legge Schifani e di tutte le altre leggi di
privilegio che hanno meritato al Governo Berlusconi la vergogna espressa dall'opinione pubblica
internazionale. Qui è in gioco l'idea stessa di Costituzione come insieme di principi e di
regole generali per limitare il potere. La campagna referendaria può e deve diventare una
straordinaria occasione -nelle scuole, nelle università, nei luoghi di lavoro- per una vera
"festa della Costituzione". Md farà, come sempre, la sua parte.
13 gennaio 2006

15 01 2006
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