Il conflitto tra politica e giurisdizione

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Quasi ogni giorno, negli ultimi anni, abbiamo sentito ripetere che i magistrati non devono fare politica.

Detta così, è un'affermazione che non serve a nulla. Insomma, non c'è niente da ridire, ma è un po' come lamentarsi che «non ci sono pi le mezze stagioni».

Che vuol dire che i magistrati non debbono fare politica? Forse che non debbono esprimere idee politiche? O che non debbono mai indagare sui rappresentanti dell'esecutivo? Oppure che non debbono farsi guidare da orientamenti politici nell'applicazione della legge? O altro ancora?

Ognuna di queste domande avrebbe una sua risposta, ed ognuna una sua motivazione.

Se si va al fondo della questione, però, io credo che il refrain che i giudici non debbono far politica non intenda in realtà porre nessuna di queste domande. Nella sua versione pi insidiosa (e meno dichiarata), l'affermazione nasconde in realtà la massima aspirazione di qualunque potere esecutivo: il controllo delle decisioni giudiziarie.

Ma quando l'accusa di «far politica» nasconde il tentativo di ridurre gli spazi di discrezionalità nell'applicazione della Legge, i magistrati non ci stanno. E non ci possono stare. Quando fare politica significa, n pi n meno, che fare buon uso della propria discrezionalità, i magistrati non possono rinunciarvi, perch si tratta esattamente di fare il proprio mestiere. Il controllo di legalità sull'azione dell' esecutivo, per Alexis de Tocqueville, è il mestiere principale dei giudici. Sottoporre ad indagini un uomo politico, non è far politica. Ritenere incostituzionale o inapplicabile la disciplina sull'immigrazione clandestina o sugli stupefacenti non è far politica. Interpretare la legge sulle rogatorie internazionali in modo conforme alle altre leggi e, soprattutto, difforme da quel che si aspettava il legislatore, non è far politica. E' fare il magistrato. Eppure, quando i giudici lo hanno fatto, quando hanno adempiuto al proprio compito, si è gridato allo scandalo.

Vuoi vedere che, allora, quando si chiede ai magistrati di non far politica, in realtà si chiede loro la cosa esattamente opposta? Non sarà che si chiede loro di rendersi esecutori supini delle scelte del governo, tradotte in leggi che cercano di ridurre la discrezionalità e di perseguire un risultato «politico»?. Ma se queste leggi si prefiggono l'obiettivo, del tutto legittimo, di perseguire un risultato strategico, di attuare cioè un indirizzo politico, non può essere pretesa una sponda acritica dall'azione giudiziaria. Quando si è detto che i magistrati, nell'applicazione della legge, devono seguire l'orientamento del popolo, spingendosi fino ad imporre nuove tavole nelle aule giudiziarie per ammonire tutti al rispetto di questo comandamento, si voleva piuttosto sostenere che i giudici devono seguire la volontà del potere esecutivo, rappresentante del popolo. Ma questo non accade in nessuna democrazia.

Nell'ultimo periodo sono state emanate molte Leggi che modificano il processo penale e cambiano l'entità della pena a seconda del tipo di imputato. Il processo è divenuto implacabile con i deboli e sempre pi farraginoso, persino difficile da celebrare, per i forti. Si può chiedere ai giudici di avallare questa tendenza o essi sono tenuti a rispettare la Legge pi importante di tutte, quella dell'art. 3 della Costituzione, per cui «tutti i cittadini sono eguali davanti alla Legge»?

Non si può affidare gran parte di una politica dell'immigrazione alla repressione giudiziaria, costruendo leggi ad hoc per i clandestini ed aspettarsi che i giudici non rilevino vizi, contraddizioni, incostituzionalità, additando poi i magistrati - quando ciò accade - a protagonisti politici che remano contro. Non si può, allo stesso modo, rispondere al bisogno di sicurezza della cittadinanza, scaricando sui giudici il compito di applicare leggi costituzionalmente dubbie. Non si può mettere la mordacchia ai magistrati gerarchizzando le procure e minacciando sanzioni disciplinari per ogni interpretazione della Legge non gradita.

C'è poi un curioso paradosso, che mi sembra il caso di discutere.

Non sarà che - contrariamente al refrain di partenza secondo il quale i giudici non debbono far Politica - sono i politici che non dovrebbero fare Giustizia?

Sembra che nella società civile non esista pi altro metro di giudizio che non sia quello giudiziario. Per giudicare un uomo politico, accusato di gravi reati, si aspetta il responso del processo. Ci si astiene da qualunque commento su gravi fatti di cronaca, prima della Cassazione. Ma è possibile che non vi sia pi spazio per un giudizio autonomo della società civile, della critica, della stampa, della Politica, che hanno (e debbono avere) un metro di valutazione diverso dalle regole del processo? Come dice un magistrato di grande valore: se io scopro che una persona, invitata a cena a casa mia, mi ha rubato le posate, certo - per dire che è un ladro - dovrò aspettare che sia condannato in tre gradi di giudizio. Ma nel frattempo, a casa mia, non lo invito pi.

E invece no. Oggi aspettiamo la Cassazione, assegnando un ruolo politico o morale ai giudici, affidando loro il compito di avallare o precedere giudizi etici o civili, che i magistrati hanno imparato ad allontanare da s sin dal momento in cui entrano in servizio. Non sarà che è pi comodo aspettare il processo e soprattutto «questo processo», così lungo, così impervio, così pasticciato? Non sarà che è pi comodo assegnare questo compito ai magistrati?

Non si può governare usando la giurisdizione, almeno quanto i giudici non debbono, a loro volta, far politica quando esercitano il proprio potere.

(Presentazione del convegno «Magistratura e conflitto sociale», svoltosi a Napoli il 12 maggio 2006 presso l'Istituto per gli Studi Filosofici - questo articolo è stato pubblicato da
La Repubblica dell'11 maggio 2006 nell'edizione napoletana)

15 05 2006
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