Pubblicato su Magistratura Democratica (http://old.magistraturademocratica.it/platform)

Intervento di Paola Di Nicola

 

 

 

Sono tra i quattro presenti al congresso che hanno in tasca la doppia tessera, quella di adesione a Md e al Movimento per la giustizia.

Questa scelta è stata frutto di una elaborata e convinta lettura della realtà professionale e personale che sente l’asfissia dell’appartenenza indentitaria e che intende l’impegno oltre la prospettiva di corrente.

Per me, per alcuni di noi, forse perché lavoriamo fianco a fianco con i colleghi per una modifica tabellare sbagliata o per approvare in cg una delibera che dia il segno della discontinuità, ma davvero non sono in grado di sentire alcuna diversità ma solo l’appartenenza ad un’area comune della magistratura culturalmente e socialmente impegnata che opera quotidianamente per il rispetto delle regole e la tutela dei diritti.

Le logiche di apparato non consentono di vivere questo “sentimento” perché minare l’identità, anche quella solo rivendicata, sgretola le certezze per imporre di nuotare in un mare aperto pieno di pericoli. Ma invito tutti a rendersi conto che fuori da qui, come fuori dalle stanze del Movimento, il mare aperto c’è e non basta asserragliarsi per evitare di tuffarsi.

Se non lo si fa verremo tutti travolti con buona pace delle nostre illustri identità così orgogliosamente rivendicate.

In questa logica, che per alcuni è forse una non logica, intendo leggere anche qui la favola che ho letto al congresso di Milano del Movimento per la Giustizia, perché per me unico è l’interlocutore e dunque unico il ragionamento che mi guida.

La favola dell’Orso della luna crescente.

C’era una donna che aveva un marito il quale, tornato da una lunga guerra, si era rifiutato di dormire in casa, perché ormai abituato a dormire sulle pietre. La giovane moglie tentò, con tutto il suo amore, di convincerlo a riprendere la loro vita domestica, ma il marito le girò le spalle. Disperata la donna si rivolse ad una guaritrice che le assicurò che se avesse portato un pelo dell’orso della luna crescente il giovane avrebbe ritrovato l’antico amore. Nonostante l’impresa fosse assai pericolosa la donna la intraprese con coraggio. Attraversò le montagne, affrontò le tempeste, si ferì sulla strada, restò senza cibo per giorni finchè giunse nella tana dell’orso. Questi ringhiava così ferocemente da far rotolare le pietre ma lei riuscì, con pazienza, ad avere la sua fiducia e ad avvicinarlo. Nel momento in cui stava per strappargli il pelo l’orso aprì le fauci e allungò le zampe verso di lei per afferrarla. La giovane senza fuggire e con il cuore che le scoppiava dalla paura lo implorò spiegandogli che doveva curare il marito malato, così l’orso le diede ciò che cercava e la mandò via. La donna piena di speranza ed entusiasmo corse per tutta la strada del ritorno fino a giungere con i vestiti a brandelli dalla guaritrice per consegnarle lo speciale ingrediente con così grande coraggio e sofferenza recuperato, ma la maga lo prese, lo guardò e lo buttò nel fuoco e sentito l’urlo di dolore della giovane le disse: “Calmati. Ti ricordi tutto quello che hai fatto per scalare la montagna e per conquistare la fiducia dell’orso della luna crescente ? Ricordi quel che hai visto, che hai udito e che hai sentito? Bene allora torna a casa, figlia mia, con queste nuove conoscenze e comportati con tuo marito nello stesso modo”.

Questa favola dimostra che nella storia dell’umanità la vera cura non sta nell’ottenere furiosamente il medicamento, ma nel faticoso, coraggioso e profondo processo di ricerca e trasformazione necessario per averlo.

Non c’è, dunque, un unico definitivo progetto, esistono le esperienze e i percorsi che quanto più sono vissuti e condivisi, tanto più consentono di trovare risposte efficaci al complesso quadro che dobbiamo comprendere e governare.

Per farlo, a mio avviso, bisogna avviare un “processo creativo” nel quale sacrificare la superficialità di alcuni slogan, di alcune sicurezze, e spesso il desiderio di piacere per far affiorare le intuizioni più coraggiose e forse scomode.

Il dato di fatto da cui partire è che il paese è travolto dai corporativismi, incluso il nostro, in una fase in cui è invece richiesto uno sforzo collettivo; la frammentazione sociale e l’incapacità della classe dirigente di pensare complessivamente non permettono di ricondurre le scelte ad una visione di insieme; la magistratura è stata messa all’angolo da se stessa e dalla politica.

Da se stessa: per l’incapacità di comunicare con l’esterno, di rappresentare le responsabilità dell’inefficienza, di autoriformarsi, di intendersi come istituzione e non come corporazione, di assumere atteggiamenti rigorosi al proprio interno sia nelle nomine dei capi degli uffici, sia in sede disciplinare, sia nelle progressioni in carriera.

Dalla politica: per la trasversalità dell’insofferenza verso il controllo di legalità, per l’assenza di interlocutori credibili e affidabili, per la perdita di progettualità dei partiti, per il degrado in cui versa la nostra istituzione che rende impopolare chi la difende.

Bisogna partire da qui e da qui arrampicarsi alla ricerca dell’orso della luna crescente che altro non è, nel nostro ambito, che il rifiuto di ogni logica clientelare e di potere dentro l’autogoverno della magistratura, la questione morale, l’ efficienza degli uffici, il controllo sostanziale di professionalita', la giustizia come strumento costituzionale per l’attuazione dei diritti.

Così avevano fatto, ciascuna con le proprie peculiarità, le proprie identità e tensioni morali, quarant’anni fa Magistratura Democratica, venti anni fa il Movimento per la Giustizia e quattro anni fa Articolo 3.

Oggi tutti noi dobbiamo interrogarci senza infingimenti su cosa è rimasto di quella storia e di quell’ispirazione, quali sono i comportamenti e le scelte che li hanno traditi, qual è la prospettiva di cambiamento.

Il processo di strutturazione degli apparati delle correnti ne ha determinato la loro burocratizzazione, prima con uno scollamento progressivo del vertice dalla base e poi con la riduzione numerica e qualitativa della base stessa.

Le assemblee e le sezioni territoriali sono vuote ma i rituali correntizi proseguono come se nulla fosse, cosicché le decisioni vengono assunte da pochi eletti - quelli che si propongono - che spesso non hanno alcuna rappresentatività della magistratura vera che resta fuori della porta.

Da qui l’accusa di autoreferenzialità delle correnti, la scarsa capacità innovativa, di analisi, di ascolto e di autoriforma.

Pensare di cambiare il mondo, il nostro, perché altrimenti crolla, impone il coraggio della contaminazione e dell’abbandono di pregiudiziali e pregiudizi identitari che creano le barriere non sulle scelte concrete ma sulle appartenenze.

D’altra parte allargare e condividere riduce gli spazi di potere per chi questi li ha già e vuole conservarli.

La pochezza di tutto questo, misurata con le sfide che abbiamo davanti, è davvero inaccettabile.

Aprire deve essere il nuovo verbo e sono state le donne a imporlo con le quote.

aprire un luogo permanente di elaborazione delle magistrate che diffonda, tramite tutti gli ambiti centrali e decentrati della formazione, la consapevolezza sulla differenza di genere tra le colleghe e la sua eventuale incidenza nell’ambito interpretativo;

aprire l’elaborazione sui temi della giustizia a tutti coloro che hanno le idee per farlo in una logica evolutiva e progressista, creando un unico gruppo di penale (come già opera il gruppo sul civile), un luogo di incontro permanente tra tutti i consiglieri giudiziari di MD, Movimento e Art 3 e rispettivi consiglieri del CSM;

Aprire una comune mailing list generale perché il più grave errore in questa fase è la dispersione di risorse, intelligenze, persone e tempo;

aprire alla più totale trasparenza gli organi di autogoverno chiedendo:

- che vengano elaborati criteri più stringenti, controllabili ed ancorati al merito per le nomine negli uffici direttivi e semidirettivi;

aprire a efficaci e professionali uffici stampa capaci di veicolare con correttezza e comprensibilità i messaggi, i problemi, le proposte nonché le iniziative locali e nazionali di cui vogliamo farci promotori;

aprire a proposte di riduzione dei carichi di lavoro per chi assume cariche associative nazionali, unico strumento reale per consentire la fattiva partecipazione delle donne, dei più giovani e dei magistrati non professionalmente dediti alle attività associative, nei posti di direzione;

aprire gli organismi direttivi anche a quote di appartenenza generazionale, destinando spazi reali di dibattito e di crescita agli uditori.

 

Insomma, queste sparse e solo accennate idee nascono dall’aspirazione e dal desiderio di cambiamento reale, dal recupero e dalla valorizzazione delle radici che avevano fatto nascere queste aggregazioni di uomini e di donne.

Rivolgo lo stesso augurio e monito rivolto al Congresso di Milano del Movimento a coloro che guideranno questa difficile ed entusiasmante strada: “Tra vent’anni sarete più delusi per le cose che non avete fatte che per quelle che avete fatto. Quindi mollate le cime. Allontanatevi dal porto sicuro. Prendete con le vostre vele i venti. Esplorate. Sognate. Scoprite” (Mark Twain)

 

PAOLA DI NICOLA


Indirizzo:
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