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Intervento di Beniamino Deidda

Garantire  i  diritti: mai  piu’  morti  sul  lavoro

 

- Ti piace il tuo lavoro?

- Da morire

 

Intorno al letto di un organismo che si dice in crisi, si alternano molti medici che propongono diagnosi diverse e medicine conseguenti: c’è chi trova che ci sia poca democrazia interna; chi se la prende con il mancato ricambio generazionale; chi dice che non si riesce più ad intercettare” il consenso dei giovani; chi ritiene che non abbiamo più il fascino d’un tempo per partiti, sindacati e pubblica opinione; chi, infine, ritiene che per MD ormai sia inadeguata la formula ‘assembleare’.

Tutte queste opinioni, come spesso capita, contengono qualche verità e, soprattutto, arrivano come risultato di apprezzabili elaborazioni.

Se, però, spostiamo l’attenzione dalla crisi di MD alla crisi della giustizia, cioè di ciò che più direttamente riguarda i cittadini, non mi pare più  tanto sicuro che le nostre chiavi di lettura della genesi e della natura della crisi siano le più adeguate.

A me pare che oggi i problemi più rilevanti per la giustizia nel nostro paese siano (per carità, non si tratta di un numero chiuso!):

- la questione dell’ordinamento giudiziario,  la collocazione e il ruolo dei giudici e dei    PM all’interno dell’ordinamento (e sono temi, come ognuno sa, che riguardano da vicino tutti i cittadini)

- la questione dell’immigrazione extracomunitaria con i suoi risvolti giuridici, sociali ed economici;

- la questione del carcere che da troppo tempo è un’emergenza nazionale, solo parzialmente sfiorata dal recente provvedimento d’indulto, e che riguarda la quantità di carcere, la qualità del carcere, la finalità dell’espiazione della pena e il ruolo fino ad oggi marginale del magistrato di sorveglianza;

 

- la questione degli infortuni sul lavoro e delle malattie professionali e, più in generale, della salute nei luoghi di lavoro che è un tema dal quale i magistrati da gran tempo sono lontani.

 

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Ragioni di spazio (e di tempo) mi inducono a trattare sinteticamente solo di quest’ultimo tema che, da solo, è in grado per la sua complessità di gettare luce sulla cause e sulla misura della crisi che attanaglia MD.

Che sulle questioni inerenti la  salute sui luoghi di lavoro siano assenti i magistrati e la loro associazione non stupisce. E’ l’effetto prolungato di quella separatezza dalla società che ha sempre caratterizzato la corporazione”, un effetto  che oggi appare rafforzato a causa del sostanziale isolamento della magistratura.

Ma per noi di MD è diverso; per noi non è sempre stato così. Ricordo bene la nostra partecipazione ai tempi in cui i lavoratori si battevano per lo Statuto dei lavoratori, il credito di cui godevamo presso i sindacalisti e i Consigli di fabbrica e la funzione di raccordo tra la giurisdizione e la società civile che svolgevamo in quegli anni.

Ma allora era il movimento” che ci sospingeva, che collocava MD in una posizione di rilievo e di autorevolezza che noi eravamo attenti a coltivare e a non disperdere.

Ma oggi il movimento non c’è più; i sindacati sono sulla difensiva e sembrano avere  per la testa altro che la difesa dei diritti delle fasce più deboli o più esposte al rischio; della questione operaia” si dibatte ormai solo sui libri di storia, e non nelle assemblee popolari.

Intendiamoci: anche in quegli anni, che per MD erano di crescita impetuosa e di indubbia popolarità, si moriva  e ci si ammalava nelle fabbriche e nei campi. (Una famosa canzone di lotta degli anni ’70 suonava  ìAlla Lebole c’hanno un debole-   lì la gente la fanno morire- se sei sano ti fanno impazzire-, ecc.) Anzi, per la verità, si moriva e ci si infortunava con più frequenza di ora. Mi pare  di ricordare che il 1963

 

fu l’anno record per il numero degli infortuni sul lavoro con oltre un milione e trecentomila infortuni. Del resto il sindacato in quegli anni non aveva solo da pensare alla salute dei lavoratori. Qualche volta, è vero, si faceva carico rozzamente di monetizzare” il rischio: anziché battersi per  rendere il lavoro più sicuro, cercava di ottenere qualche vantaggio economico per coloro che erano esposti ai rischi più gravi o più insidiosi.

Ma le avanguardie sindacali allora ponevano con forza il problema della salute e Magistratura Democratica con naturalezza e, vorrei dire, inevitabilmente era con loro. Fu una stagione di lotte per la salute che ci vide protagonisti non solo sul piano sociale e politico; ma anche sul piano delle scelte processuali e dell’organizzazione giudiziaria: in quegli anni  nelle preture sono nate le sezioni  specializzate sulla salute del lavoro; a Brescia a metà degli anni ’70 un gruppo di magistrati specialisti nella materia, o semplicemente interessati, per la prima volta si riunirono, si confrontarono e scambiarono le loro esperienze; nasceva, quasi per imitazione, Medicina Democratica, fortemente impegnata sul fronte della salute dei lavoratori. Insomma tutti noi scoprimmo, anche quelli che non erano direttamente impegnati nei processi del lavoro o nei procedimenti penali per la violazione delle norme di prevenzione, che in quella materia si giocava una partita decisiva, quella per la tutela dei diritti fondamentali della persona.

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Oggi la situazione è profondamente cambiata, ma non quella relativa agli infortuni e alle malattie dal lavoro. In tutto il paese continua inarrestabile ogni anno lo stillicidio di morti ed invalidi sul lavoro. Nel decennio 1996-2005 sono morti sul lavoro oltre 15 mila lavoratori. Nel conto - si badi - non entrano i morti per malattia professionale. Si calcola che nel periodo indicato siano stati circa 3000, ma si tratta di stima dozzinale dal momento che non sempre è stato cercato il nesso causale tra l’esposizione lavorativa e il decesso e, anzi, talvolta le morti non sono state neppure in ipotesi collegate all’esposizione sul lavoro. Dunque, una strage.

 

Eppure non ci sono più le disumane condizioni di alcune fabbriche del passato; non c’è più la fonderia, luogo di sfruttamento e di bestiale fatica. Oggi c’è l’automazione, il progresso tecnologico, il ciclo chiuso, la settimana corta. Ma si continua a morire sul lavoro, a causa del lavoro.

Ma -sostiene l’INAIL nelle sue statistiche annuali- ogni anno che passa si muore un po’ meno. E’ vero, in termini assoluti. Quel che non si dice è che, rispetto a qualche decennio fa, sono diminuiti i lavoratori impiegati in tutti i comparti e, soprattutto, che sono diminuite le ore complessivamente lavorate. Dunque, non ha senso confrontare i numeri in assoluto, ciò che conta è il rapporto tra infortuni  e ore lavorate. Perciò è corretto dire che si muore di meno, ma in rapporto alle ore lavorate si muore come prima.

 

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Ma lasciatemi dire che, anche in termini assoluti, il numero degli infortunati è così elevato da porre, per noi di Magistratura Democratica, due questioni che non possiamo più evitare di affrontare:

a)     E’ chiaro che alla radice del gravissimo fenomeno degli infortuni e delle malattie professionali, mortali e non, ci sono le annose e plateali violazioni delle norme di igiene e sicurezza del lavoro da parte delle aziende. Talora si tratta delle norme più elementari, il cui adempimento ha un costo che le aziende non intendono affrontare; cosicché la sicurezza, anziché essere elemento strategico della produzione, diventa un optional, affidato alla discrezione o al buon cuore del datore di lavoro. Siamo dunque di fronte ad un gravissimo e macroscopico fenomeno di illegalità che colpisce al cuore il dovere di solidarietà di cui all’articolo 2 della Costituzione.

b)    Dinanzi ad una simile caduta della legalità, che ha effetti così devastanti sulla salute, sulla vita e sull’incolumità dei lavoratori, si pone il problema dell’intervento del giudice; non è infatti pensabile che non  spetti al giudice la difesa dei diritti essenziali della persona.

Siamo dunque di fronte ad una vera e propria emergenza, resa ancor più grave dal fatto che il confronto con altri paesi europei di avanzata democrazia è per noi mortificante: basti pensare che ogni cinque infortuni mortali in Europa, uno accade del nostro paese; in Italia, cioè, si verifica il 20% degli infortuni  mortali di tutta l’Europa. Ebbene, per far fronte a questa emergenza non possiamo  limitarci a celebrare qualche processo. (Anche perché, sia detto di sfuggita, in alcune zone del nostro paese, per misteriose ragioni, se ne celebrano  molto pochi).

I rimedi di cui il nostro ordinamento dispone per affrontare questo gravissimo fenomeno d’illegalità, si pongono su due piani: il primo è il piano repressivo delle condotte criminose, il secondo è quello preventivo diretto ad evitare che i reati vengano reiterati o siano portati a conseguenze ulteriori per i lavoratori (Ricordo che con un intervento normativo che non ha precedenti in altre materie il decreto 758/94 prevede la rinuncia alla potestà punitiva da parte dello Stato e l’estinzione del reato in cambio della eliminazione del rischio da parte del contravventore). E’ lo stesso ordinamento di prevenzione che prevede un percorso processuale speciale di cui devono farsi carico l’organo di vigilanza, il Pubblico Ministero ed il GIP, attraverso il quale si garantisce l’eliminazione della violazione e del conseguente rischio per i lavoratori, ritenuta condizione indispensabile per ottenere la pronunzia di proscioglimento.

Su entrambi questi piani il nostro intervento è carente e i risultati sono deludenti. Vorrei infatti chiedere, con la schiettezza che deve caratterizzare i nostri incontri: quanti sono gli uffici giudiziari che sono attrezzati per adempiere ai compiti sopra descritti? Quanti sono i pubblici ministeri che, in stretto contatto con gli organi di vigilanza appartenenti alle Aziende Sanitarie locali, seguono sistematicamente l’opera di prevenzione e di repressione nelle aziende? Conosco già la reazione della grande maggioranza dei magistrati a queste domande che si compendia in una risposta che prevede una smorfia di sufficienza  ed una discreta dose di incultura e suona così: con tutto quello che abbiamo da fare, possiamo perder tempo con le contravvenzioni sulla prevenzione infortunistica?” Bene e allora avanti con i processi per furto, rapina, truffa  ecc.

 

Peccato che di quelle violazioni, contenute in alcune leggi penali speciali sconosciute ai più, si muoia: una strage  inarrestabile che continua nell’indaffarata apatia di noi tutti, anche di MD. So bene che qualcuno è impegnatissimo sia sul piano professionale, sia su quello della formazione di altri soggetti attivi della prevenzione. Dal momento che sono molto pochi, potrei citarli tutti, se non temessi, per mia distrazione, di tralasciarne qualcuno.

Molti di noi potrebbero pensare che, almeno per quanto riguarda il piano puramente repressivo, le cose non vadano poi tanto male. Ma le cose stanno diversamente. Esistono nel nostro paese interi distretti dove si procede penalmente solo in caso di infortunio mortale e dove non si procede mai quando la morte è conseguenza di una malattia la cui origine si trova nell’esposizione lavorativa. Ci sono poi altri distretti in cui si procede penalmente solo in presenza di incidenti gravi, anche non mortali, e di malattie professionali la cui origine sia conclamata. E, infine, vi sono distretti in cui le inchieste di infortunio e di malattia professionale si fanno e, talvolta, si fanno anche bene.

 

Ma non si creda che in questi distretti privilegiati vi sia una giurisprudenza soddisfacente. Non so se vi sia mai capitato di leggere qualche sentenza dei giudici di merito. Vi imbattereste in sentenze di proscioglimento inspiegabili, in assoluzioni incomprensibili per chi abbia appena qualche conoscenza dei principii generali che regolano la materia, in archiviazioni sconclusionate in cui il GIP ha accolto  la richiesta del PM senza sottoporla al minimo vaglio.

Dunque, ci aspetta anche un altro compito tra i tanti che questa materia richiede: quello di sottoporre a critica severa sulle nostre riviste la giurisprudenza di merito e di legittimità in materia di salute sul lavoro, per cogliere le cadute interpretative o le distorsioni delle norme; come facevamo un tempo su tutte le materie importanti, quando ci dicevano che non era deontologicamente corretto sottoporre a critica le sentenze che non ci piacevano.

Ma i guasti maggiori sono a monte. Sono nel fatto che non abbiamo più ruolo e voce con i soggetti che, da diverse posizioni, si battono per condizioni di lavoro più sicure: con i rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza (RLS), con i

sindacati, con gli organi locali e regionali della prevenzione, con gli ufficiali di polizia giudiziaria delle ASL che dovrebbero avere il controllo del territorio e il compito di condurre, sotto la direzione del PM, le inchieste sugli infortuni e sulle malattie professionali.

I guasti sono anche all’interno della nostra organizzazione giudiziaria: nelle previsioni tabellari, nella mancata organizzazione di gruppi specializzati che nelle procure e nei tribunali si occupino di questa materia; nella nostra incapacità di formare adeguatamente gli addetti alla prevenzione e alla repressione dei reati nei luoghi di lavoro e nel coordinare l’opera degli organi di vigilanza.

Infine c’è un grave ritardo della corrente che si traduce nell’incapacità di essere presenti come fondamentali interlocutori tutte le volte che nella vita del nostro paese siano in gioco i fondamentali diritti delle persone. Farò un solo esempio che, per l’appunto, riguarda la materia di cui ci occupiamo e che riassume bene il dramma di una corrente che un tempo aveva capacità di incidere e che oggi non riesce più a farsi sentire. Circa un anno fa il governo Berlusconi tentò di introdurre il nuovo Testo Unico della sicurezza sul lavoro. Si trattava di un progetto che in un colpo solo riavrebbe riportato indietro di cinquant’anni, svuotandola e banalizzandola, una delle legislazioni più avanzate d’Europa. Tutto questo avveniva nell’indifferenza di molti di noi. Certo, nei piccoli nuclei che si opponevano al Testo Unico, c’erano anche colleghi di MD. Io stesso scrissi per Questione Giustizia un articolo allarmato che denunciava le intenzioni del Governo. Ma la corrente non fu capace di mobilitarsi. Se il Testo Unico non passò si deve alla ferma opposizione delle Regioni e, in parte, alla resistenza dei sindacati e del Consiglio di Stato in sede referente. Ma Magistratura Democratica non ebbe parte nella battaglia.

Ebbene oggi il Testo Unico viene riproposto, per fortuna con un taglio assai diverso da quello padronale del precedente Governo. Ma continua a stupirmi la latitanza di MD, la cui presenza sarebbe quanto mai necessaria, posto che in materia di istituzioni l’elaborazione della maggioranza di governo di centro-sinistra non è molto più avanzata di quella del centro-destra.

 

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Tutto questo spiega, mi pare, come molte delle analisi di cui parlavo all’inizio colgano nel segno, ma non completamente. Perché è la nostra involontaria ma inarrestabile chiusura sui temi dell’ordinamento giudiziario, inteso come ricaduta sui profili interni della corporazione; è l’attenzione al tema delle retribuzioni viste solo come dignitoso compenso e non come garanzia fondamentale dell’indipendenza; è, infine, la nostra sostanziale assenza dal dibattito sui temi vitali di questa società che spiegano molte cose. Spiegano la nostra stanchezza, le nostre assemblee di sezione sempre meno partecipate, la sensazione che molti hanno che la corrente sia in mano ai soliti noti. Spiegano l’indifferenza dei giovani, cui non siamo più in grado d’offrire un progetto politico lungimirante a difesa dei valori alti della Costituzione.

Dunque ci vuol altro che l’abolizione delle assemblee per ridare fiato ad un gruppo che invece ha bisogno di ricominciare a discutere e a battersi anche all’esterno della magistratura. Certo che non potremo evitare di dedicarci anche a questioni che toccano corde e nervi scoperti di noi magistrati: le condizioni del nostro lavoro, le modalità dell’organizzazione, la destinazione delle risorse, la questione economica. Ma credo che sia giunto il tempo di discutere anche di queste cose con l’occhio attento a chi sta fuori dalla magistratura e aspetta giustizia, oppure a coloro che vorrebbero solo che in questo paese ci fossero giudici capaci di garantire i diritti di chi non ha altra forza che la legge.

Spesso discutiamo all’infinito se convenga dedicarsi alle complesse elaborazioni teoriche o sia piuttosto opportuno spostare l’attenzione sulle concrete questioni che ogni giorno affliggono la giurisdizione. Come se si potesse scegliere tra due atteggiamenti ugualmente necessari. C’è, però, una sintesi da fare, anche questa necessaria: quella capace di individuare i temi forti di una politica della giustizia finalmente all’altezza della nostra Costituzione. In passato siamo riusciti a dialogare con le altre forze ugualmente interessate alla politica della giustizia che non è cosa per soli magistrati. E’ necessario provarci ancora. Solo così riconquisteremo i giovani e il posto che  spetta ad MD.

 

Beniamino Deidda

 


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