Il giudice, la politica, la legge

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Cosa può
tenere assieme la sentenza di ieri della Corte di giustizia di
Lussemburgo (C-27/04) che ha risolto il conflitto tra la Commissione
ed il Consiglio Ecofin sugli sforamenti di bilancio di Francia e
Germania, e le recenti sentenze della Corte internazionale di
giustizia e della Corte suprema di Israele sul muro in Cisgiordania?

E cosa
c'entrano queste pronunce con la sentenza della Corte costituzionale
n. 204 del 2004, che ha dichiarato l'illegittimità
costituzionale delle norme che avevano ampliato (a dismisura) i casi
di giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo, e ancora con
le sentenze della Corte suprema di Washington sui detenuti senza
diritto e senza diritti di Guantanamo?

Apparentemente
nulla: si tratta di decisioni su materie assai eterogenee, di
sentenze (e, nel caso della Corte dell'Aja, di un parere) pronunciate
da giudici che non fanno parte del medesimo ordinamento, che non
usano gli stessi parametri, che provengono da (e operano in) ambienti
culturali diversissimi fra loro, secondo procedure non omogenee e con
effetti diversi.
Eppure un
argomento per tenere insieme tutto questo materiale giurisprudenziale
esploso negli ultimi giorni forse lo possiamo trovare, se perdonate
qualche equilibrismo.

Nell'ultimo
decennio abbiamo assistito alla nascita ed alla rapida diffusione di
teorie, che per brevità chiamerò postmoderne, tese a
dimostrare che, di fronte alla crescente complessità dei
problemi posti dalla globalizzazione dell'economia e dalla
concentrazione dei relativi poteri, la decisione politica debba
essere sottratta ai lacci e laccioli del diritto, sia esso
costituzionale o internazionale, e della giurisdizione.

Nessuno,
per vero, propone apertamente l'instaurazione di dittature, almeno in
senso classico, ma la democrazia viene ridotta nel pensiero
postmoderno alla mera rappresentanza degli elettori ed alla, almeno
potenziale, alternanza dei governi. La volontà generale,
espressa col voto, è stata esaltata anche nel quotidiano
linguaggio dei media; quante volte abbiamo sentito ripetere "ho
vinto le elezioni, perciò sono legittimato a fare le leggi che
voglio"? In questa prospettiva, che è culturale e
politica prima che istituzionale, il giudice dovrebbe autolimitarsi
alla decisione delle questioni di routine, evitare di porre ostacoli
al libero dispiegarsi della volontà popolare, insomma non
disturbare il manovratore/legislatore. E, sopra a tutto, sta la dea
"sicurezza", intesa come mera ansia securitaria anziché
come tendenza verso una società più giusta, e perciò
più sicura.
Sicurezza
in nome della quale si è sospeso, nientemeno, l'habeas corpus,
e si pretende di legittimare la tortura. In questa tendenza globale,
le polemicuzze nostrane contro le sezioni unite della Cassazione,
contro la Corte costituzionale (comunisti!), contro i giudici che
decidono senza seguire il vento della maggioranza, o che rimettono
alle Corti competenti questioni incidentali o pregiudiziali (insieme
con l'incredibile proposta di sanzionare l'interpretazione contro la
volontà del legislatore storico e con alcuni passaggi del
disegno di riforma-contro dell'ordinamento giudiziario) appaiono come
la manifestazione locale (a volte sgangherata) di una generale
riluttanza della politica ad esser messa in discussione.

Orbene, a
me pare che le teorie postmoderne in queste ultime settimane siano
state messe un po' in difficoltà dalle sentenze che ho
ricordato, pronunce che, con qualche approssimazione, possono essere
tenute insieme dall'idea che il legislatore, qualunque legislatore,
deve rispettare regole superiori, che la politica non è in
grado, da sola, di risolvere i conflitti istituzionali, che in
definitiva c'è un gran bisogno del giudice (e
dell'interpretazione) per ristabilire le regole contro la dittatura
della maggioranza e per risolvere i conflitti.

Vorrei
ricordare a chi sembra disperare degli esiti dello scontro sulla
delega per la riforma-contro dell'o.g. che, comunque andrà la
partita sul nostro status, la battaglia per l'indipendenza della
giurisdizione continuerà anche dopo, e che essa si svolgerà
non solo sulle nostre, pur legittime, aspettative di una carriera e
di un assetto che ci garantisca l'indipendenza, ma soprattutto nelle
nostre aule, con le nostre decisioni, che dovranno essere sempre più
consapevoli della posta in gioco; un'indipendenza al servizio dei
diritti e non fine a se stessa.

Con la
consapevolezza che non siamo soli, che esistono giudici, giudici
veri, non solo nella proverbiale Berlino, ma anche a Lussemburgo e a
l'Aja, a Tel Aviv e a Washington, e che i giuristi sembrano, nel
complesso, "tenere" ancora nella difesa dello stato
costituzionale di diritto, il che non era scontato e non è
poco. Coraggio, siamo solo all'inizio di una lotta per il diritto e i
diritti che sarà lunga e dura.

luglio
2004

15 07 2004
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