Costituzione, "colpi mano" e referendum
Il 16 novembre 2005 il Senato ha definitivamente approvato, per quanto di sua competenza la modifica della seconda parte della Costituzione. Resta il referendum previsto dall'art. 138 della Carta, saggiamente voluto dai costituenti del 1947 contro i colpi di mano di contingenti maggioranze, ché le costituzioni moderne sono carte di tutti e non imposizioni dei vincitori (chiunque essi siano).
Dunque, il rito si è compiuto: in aule "sorde e mute" (riempite solo al momento del voto) e sostituendo il confronto in Parlamento e nel Paese con le permute e gli scambi concordati da quattro sedicenti "saggi" in una baita di montagna. Cosi si fanno forse i contratti e si sbrigano formalità burocratiche, ma non si scrivono le costituzioni. Lo disse, con parole lucide e lungimiranti, Piero Calamandrei nell'itervento del 4 marzo 1947 all'Assemblea costituente, sottolineando il valore e la necessità del confronto anche aspro, ma leale e alto (ché i "principi condivisi" non sempre nascono tali...): ´Il paragone con lo Statuto albertino (scritto in un solo mese dal 3 febbraio al 4 marzo 1948) non calza; perché qui, in questa assemblea, non c'è una sola volontà, ma centinaia di libere volontà, raggruppate in decine di tendenze, le quali non sono d'accordo su quello che debba essere in molti punti il contenuto di questa nostra carta costituzionale; sicché essere riusciti, nonostante questo, a mettere insieme, dopo otto mesi di lavoro assiduo e diligente, questo
progetto, è già una grande prova, molto superiore a quella che fu data dai
collaboratori di Carlo Alberto, in quel mese di lavoro semplice e tranquillo che essi poterono agevolmente compiere sulla guida data loro dal sovrano al quale
obbedivano'.
La "crisi" del sistema politico è in atto da tempo e lo andiamo dicendo da anni - la stagione della bicamerale ha accentuato le valenze anticostituzionali del
processo di cambiamento, delegittimando, anche nella percezione e nel vissuto dei cittadini, la Costituzione del '48 e indebolendo, insieme a un'idea di governo, una forma di Stato (lo Stato sociale). Ma la virata impressa con il voto del 16
novembre è una vera e propria rottura della "tradizione costituzionale",
che riguarda non solo alcuni aspetti, pur importanti, del testo vigente ma il ruolo stesso della costituzione e il progetto di società ad essa sotteso, la centralità dei
diritti e l'orizzonte di uguaglianza promesso nell'art. 3. Ad essere travolti dal nuovo assetto sono, infatti, principi e diritti fondamentali: il pluralismo e il
bilanciamento dei poteri (sostituiti dallo strapotere del premier, desinato a
diventare controllore del Parlamento e non più da esso controllato), l'unità dello Stato, la pari dignità delle persone e la possibilità per ciascuno di godere, allo stesso modo, di beni primari come la salute e l'istruzione (indeboliti e frammentati, a
beneficio dei più forti, dalla cosiddetta devoluzione).
Di ciò questa Rivista ha ripetutamente parlato, da ultimo con l'obiettivo
Un'altra Costituzione? pubblicato nel n. 1/2005, nel quale Mario Dogliani ha lanciato un allarme di cui è sempre più evidente l'attualità: ´Se finirà il grossolano equivoco di vedere nella difesa della Costituzione un atteggiamento politicamente conservatore ed intellettualmente inerte (equivoco dovuto all'ignoranza di chi non sa che i grandi sistemi normativi sono divenuti tali solo perché hanno beneficiato di interpretazioni e revisioni rispettose e costruttive) la deriva potrà essere contrastata, e forse arrestata. (...) Se ciò non avverrà, si potrebbe temere anche senza
un'eccessiva dose di pessimismo che la fase attuale sia destinata a configurarsi come quella dell'incubazione del nemico interno. Sconfitte le residue forze che sostengono l'ispirazione dell'attuale Costituzione, posto il problema costituzionale non come problema di armistizio tra chi c'è per il solo fatto che c'è (a prescindere dalle sue credenziali morali) ma come problema di vittoria del bene sul male, che cosa potrebbe impedire che un progressivo squilibrio nei rapporti di forza
accompagnato da gravi crisi internazionali - porti a vedere nella minoranza un nemico, secondo un copione che i nostri paesi conoscono benissimo? Tutto ciò po-trebbe apparire esagerato, ma il diffondersi di fondamentalismi identitari (e la
fragilità dell'economia complessiva) fornisce forse qualche rassicurante garanzia?'.
» questa è bene ricordarlo - la posta in gioco di un referendum la cui
importanza sembra non disinteressatamente oscurata da strepiti, risse e
diversivi.